Novant’anni fa, il 21 aprile 1927, con un atto politico, che poi assunse il valore di costituzione sostanziale, il Gran Consiglio deliberava la “Carta del Lavoro”, documento fondamentale finalizzato a fissare “i diritti ed i doveri di tutte le forze della produzione”, secondo i principi della solidarietà e della collaborazione di classe. Trenta articoli che davano forma al nascente impianto politico e sociale, intorno al quale, per un quindicennio, si enucleò la politica fascista.

Che lettura dare di quell’esperienza ? Al di là degli aspetti normativi è il valore “sintetico” della “Carta” che vale la pena sottolineare.

Nell’idea sociale che incontra la Nazione e dunque tende a superare la conflittualità di classe c’è il senso del passaggio dal sindacalismo rivoluzionario, nato all’interno del Partito Socialista, dopo il Congresso di Imola del 1902, al corporativismo. C’è l’idea di un sindacalismo che si fa sempre più “politico”, in quanto vede nella sua azione – come ha scritto Renato Melis   – lo strumento che le forze del lavoro debbono impiegare per la loro autoeducazione, per il loro trionfo sulle forze avverse e per il finale autogoverno, in cui dovrebbe attenuarsi, fino a sparire, ogni sostanziale differenziazione fra governati e governanti, col massimo di libertà nel massimo di giustizia”.

C’è il rifiuto del cittadino astratto, tipico della concezione rousseviana, e l’introduzione, quale depositario della sovranità popolare, della figura del produttore, cioè dell’individuo concreto, nella sua attività economica, facente parte del sindacato. C’è l’immaginazione al potere, resa reale dalla “Carta del Carnaro”, lo Statuto della Reggenza italiana di Fiume, voluto da Gabriele D’Annunzio ed elaborato da Alceste De Ambris, emblematica figura di sindacalista rivoluzionario e di antifascista “non conforme”, morto in esilio nel 1934. C’è l’avanguardia marinettiana che fa proprie le analisi di Filippo Carli su “La partecipazione degli operai alle imprese” e le cita integralmente nel capitolo “L’Azionariato sociale” di “Democrazia futurista”, dopo avere chiesto, nel “Manifesto Politico Futurista”, la “trasformazione del Parlamento mediante un’equa partecipazione di industriali, di agricoltori, di ingegneri e di commercianti al Governo del Paese”.

A sintesi di quel lavorio, arrivano, nel luglio 1925, le conclusioni della Commissione dei Diciotto, istituita, l’anno precedente, dal governo fascista, per rinnovare l’impianto istituzionale, incardinato intorno allo Statuto del 1848 e al regine parlamentare.

Tocca a Giuseppe Bottai , nominato, nel 1926, sottosegretario del Ministero delle Corporazioni, dare forma politica ai diversi orientamenti, portando nella sfera del potere sovrano dello Stato la vita sociale ed economica.

Il 21 aprile 1927, dopo sei mesi di intenso lavoro politico, di confronti spesso accesi   con le confederazioni sindacali, con i datori di lavoro, con i ministri della Giustizia, Rocco, e dell’Economia, Giuseppe Belluzzo , sotto la supervisione di Mussolini, Bottai riesce a fare varare la “Carta del Lavoro”.

La “Carta” fissa le linee principali delle politiche fasciste sui temi del lavoro e dell’organizzazione sociale e politica, attraverso l’elevazione del lavoro in tutte le sue manifestazioni, la trasformazione del sindacato a istituzione pubblica, la collaborazione tra le forze produttrici della Nazione, la parità del ruolo tra lavoratore e datore di lavoro (con il divieto dello sciopero e della serrata) , l’intervento dello Stato nei rapporti di lavoro e nelle attività economiche (anche attraverso la Magistratura del lavoro), il miglioramento delle condizioni fisiche, economiche, culturali e spirituali dei lavoratori.

Che cosa resta della “Carta del Lavoro” a novant’anni di distanza dalla sua emanazione ? Oltre alle realizzazioni in campo normativo, l’idea di una “aspettativa” sociale che, libera da ogni determiniamo politico, oggi come ieri dia risposte concrete ai grandi squilibri sociali ed economici, alle domande inascoltate di partecipazione, alla richiesta di tutela degli interessi nazionali: sintesi concreta di un “progetto” che non si accontenta della lotta-per-la-lotta, ma sa veramente andare oltre le vecchie dottrine ottocentesche, impronta liberista e marxista..