Alla fine, dopo una «via crucis» durata oltre quattro mesi e l’eliminazione di ben tre aspiranti-Commissari Ursula von der Leyen è riuscita a far approvare la sua Commissione.

Un interrogativo resta però irrisolto. A che serve un simulacro d’esecutivo europeo i cui esponenti non sono scelti in base alle capacità e alle competenze necessarie a realizzare un programma comune, ma solo per riempire le caselle riservate ai singoli stati? Ovviamente a ben poco. E infatti ogni crisi è stata fin qui affrontata dalle varie Commissioni con la pachidermica lentezza tipica di non di un esecutivo politico, ma di un irresponsabile organismo burocratico. Questo perché la Commissione, a differenza di un vero governo, nulla può senza l’imprimatur dei veri sovrani ovvero Germania e Francia.

L’ombra della neppur dissimulata diarchia grava anche sulla Commissione von der Leyen. Per capirlo basta esaminare il progetto, presentato lunedì da Parigi e Berlino, di una «Conferenza sul Futuro dell’Europa» pronta a partire nel 2020, in concomitanza con la Presidenza tedesca del Consiglio Ue, e da concludersi, nella prima metà del 2022, quando la Presidenza passerà a Parigi. Un calendario sufficiente a far capire come la Commissione resti di fatto esclusa da un progetto di cambiamento europeo che Francia e Germania continuano a considerare di loro esclusiva competenza.

Detto questo ben venga una Conferenza capace di chiarire l’identità e il ruolo dell’Europa. Magari regalandole una Costituzione, meccanismi elettivi e poteri decisionali più vicini a quelli di un esecutivo federale o confederato. Ma anche questa rischia di restare un’utopia. Dietro la Conferenza non c’è infatti un progetto comune, ma semplicemente il tentativo di sanare le rivalità tra i due diarchi. Un antagonismo già evidente quando Berlino bloccò le proposte di Macron sul bilancio unico dell’Eurozona e sui collegi elettorali europei. Un antagonismo esploso apertamente dopo l’intervista all’Economist in cui il presidente francese accusava di «morte cerebrale» la Nato ed esprimeva dubbi sulla volontà tedesca di dar vita ad un Europa più forte e più decisionista. Parole che hanno mandato su tutte le furie la Merkel e spinto le diplomazie dei due paesi a puntare sulla Conferenza per trovare una non facile riconciliazione.

Proprio per questo l’iniziativa rischia di non seguire un autentico progetto riformatore, per trasformarsi, invece, nella camera di compensazione delle beghe franco tedesche. Beghe che rischiano di rendere assai lento e accidentato il cammino di una Commissione von der Leyen costretta a far i conti, oltre che con le rivalità dei suoi diarchi, anche con le profonde contrapposizioni di una maggioranza divisa tra popolari, socialisti e liberali.

La von der Leyen convinta che basti citare Venezia per trasformare l’Unione Europea nel portabandiera planetario della lotta al cambiamenti climatici rischia dunque di rivelarsi più illusa che idealista. E non solo perché molti timori di apocalisse ambientale che ispirano il suo programma si basano su convinzioni scientificamente infondate, ma assai più banalmente, perché una Ue lacerata dalla rivalità franco-tedesca e priva di una linea comune in politica estera non riuscirà mai ad imporre riforme e politiche «verdi» a Stati Uniti, India e Cina.