Non sappiamo se questa mattina il generale Khalifa Haftar, si materializzerà, come annunciato, nei saloni di Villa Igea. Sappiamo però che regalando all’effimero generale il ruolo di ritrovato Godot l’Italia ha buttato alle ortiche la Conferenza di Palermo.

L’obbiettivo dell’appuntamento internazionale era quello di restituire all’Italia il suo ruolo di nazione guida nell’ambito degli sforzi internazionali per stabilizzare l’ex colonia, disarmare le milizie e riportarla alla sua unità statale. In poche parole ritagliarci il ruolo d’indispensabile ago della bilancia.

Fin qui abbiamo fatto l’esatto opposto. Invece di utilizzare la nostra conoscenza dell’ex-colonia per confezionare un’azione politico-strategica capace di condizionare i vari capi fazione e attrarre le potenze regionali e internazionali, assai attive dietro le quinte dello scenario libico, abbiamo preferito rincorrere le provocazioni del presidente francese Emmanuel Macron. Così invece di allestire Villa Igea come una platea su cui esibire le nostre capacità di manovra all’interno del ginepraio libico l’abbiamo trasformata in un angusto ring dove vendicare i tentativi francesi di sottrarci l’iniziativa politica. Prigionieri di questa ossessione abbiamo trasformato Haftar nel simbolo della conferenza regalandogli un ruolo che neppure lui si sarebbe mai sognato di rivendicare.

In tutto questo ci siamo dimenticati di confezionare una proposta da sottoporre ai nostri ospiti. Per ora tutto quel stiamo offrendo agli interlocutori libici e internazionali convocati a Villa Igea è di trasformarci nei fedeli esecutori del nuovo piano per la stabilizzazione della Libia presentato mercoledì scorso al Palazzo di Vetro dall’inviato del segretario generale dell’Onu Ghassan Salame. Se il nostro obbiettivo si limitava a questo allora potevamo anche far a meno di portar avanti lo scontro con la Francia. Il piano Salamè spostando al 2019 la prima data possibile per le elezioni in Libia basta da solo a risolvere il contenzioso con Parigi. Un contenzioso innescatosi quando Macron impose il prossimo 10 dicembre come data ineludibile del voto dopo un sbrigativo incontro parigino con Haftar, il premier Fayez Al Serraj, il presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh e il capo dell’Alto Consiglio di Stato Khaled al Meshri.

L’altro clamoroso testa coda in cui siamo incappati inseguendo l’Haftar-Godot e lo scontro con Parigi è l’aver scordato che il nostro imprescindibile referente libico – per quanto debole, incapace e inconsistente – resta per ora il premier libico Fayez al Sarraj. Più che un cavallo di razza è ormai uno sfiancato ronzino , ma per il momento lui e alcuni dei suoi assai impresentabili alleati e sostenitori (Fratelli Musulmani compresi) sono gli unici in grado di garantirci una presenza in quella Tripolitania dove, oltre ai terminali del nostro gas e del nostro petrolio, dobbiamo tener d’occhio i trafficanti di uomini pronti a riversare sulle nostre coste altre ondate di migranti.

Per inseguire le nostre ossessioni abbiamo accettato, invece, di non far rientrare a Tripoli, dallo scorso agosto ad oggi, quell’ambasciatore Giuseppe Perrone accusato da Haftar di aver messo in discussione la data elettorale del 10 dicembre. Rinunciando al nostro ambasciatore ci siamo privati di un elemento indispensabile per esercitare un’effettiva azione politica. Arrivando all’assurdo di delegare a Giuseppe Conte, ovvero al premier di un paese che punta a recuperare l’ambizioso ruolo di ago della bilancia, l’umiliante compito di pietire l’arrivo del generale Haftar a Palermo.