A molti di noi sarà stato dato di interessarsi alla situazione dello sport italiano, vagliandone i risultati ed osservandone l’organizzazione. Eppure da qualche anno sia per il deludente sbandamento dell’educazione fisica negli istituti d’istruzione sia alcune improvvide disposizioni introdotte con l’uso e l’abuso dell’utilizzazione degli atleti stranieri sia per l’isterilimento dei gruppi sportivi militari, un tempo rigogliose fucine sia la fuga ed il disprezzo di qualsiasi sacrificio da parte dei giovani, i risultati sono del tutto scadenti e confortanti. E’ ridotto e marginalizzato lo sci, è legato ad atleti ormai sul viale del tramonto il nuoto, sono scadute su posizioni di retroguardie le squadre nazionali di pallavolo, sia femminile che maschile, il ciclismo è condizionato alle prestazioni di soli due elementi di livello internazionale, Nibali ed Aru, la pallacanestro, minata dalla straripante presenza di stranieri, conta assai poco. Non parliamo poi del calcio, in cui si deve far ricorso ad “oriundi” per sopperire ai vuoti, provocati dalla mancanza di “scuole” adeguate.

Secondo una definizioni, tratta dalla Enciclopedia Italiana, il CONI, creato nel 1914, provvede alla preparazione sportivi alle Olimpiadi, e appunto per questo presiede anche all’opera di tutte le federazioni sportive nazionali (95.000 sono le società affiliate e 11 milioni i tesserati).

Presidente dal 2009 è Giovanni Malagò, chiamato da Gianni Agnelli, il “Porfirio Rubirosa dei Parioli” e da Susanna Agnelli “Megalò”, che aveva con l’”Avvocato” un lungo sodalizio quotidiano, basato sulle scambio di notizie sulla vita politica e sulle conoscenze capitoline. Di Malagò si ricorda l’incidente diplomatico, provocato con certe affrettate dichiarazioni sull’assegnazione dei mondiali di nuoto del 2009: “Eravamo sfavoriti. I giapponesi aveva siglato un accordo con la Fina, ma noi facemmo un gran lavoro di lobbing e alla fine sapevamo chi erano gli undici delegati, che avrebbero votato per Roma, uno per uno”. A Roma si dice “alla faccia del caciocavallo”.

Possiamo da sportivi appena rilevare che questi storici legami con la famiglia Agnelli saranno stati sicuramente considerati nella sentenza del giudice sportivo sul lancio della bomba carta allo stadio torinese domenica. Sentenza che ha rinforzato e comprovato la secolare sudditanza delle gerarchie sportive alla Juventus, padrona, come società del calcio, e come squadra del campionato. Chi pensa che simile sarebbe stata la sentenza se i fatti fossero avvenuti a Genova, a Bologna, a Firenze, Napoli, Roma, Palermo, Catania o Cagliari?

Esiste poi un altro articolo, da prendere con cautela. Riguarda il piccolo dossier anonimo, inviato in dono a una dozzina di giornalisti, su “Malagò e la sua “falsa” laurea in Economia e commercio, ottenuta nell’estate del 1981 alla “Sapienza” di Roma”. Il lancio è avvenuto nelle ore in cui “Megalò” ed il “Caudillo” sudamericano, con cui non poteva non entrare “in corrispondenza di amori sensi”, annunziavano la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024.

Tanto per arrivare alla sentenza finale, senza perdersi nella dietrologia della ricerca dell’autore del pamphlet, nel 1999 la Corte d’appello evidenzia che “tra gli enunciati elementi di accusa per la loro molteplicità, concordanza ed univocità costituiscono piena prova a carico del Malagò” e lo proscioglie solo “per l’intervenuta prescrizione”. Nella sentenza dei giudici Luigi Gueli, Carla Podo e Matilde Cammino si legge che “non vi ravvisano prove evidenti, idonee all’assoluzione nel merito dell’imputato” e che perciò “debbano essere mantenute ferme le dichiarazioni di falsità documentali, accertate, espresse nel dispositivo della sentenza impugnata”

Può bastare!