Da tempo il regime degli ayatollah ci ha abituati ad assistere impotenti alle periodiche repressioni di massa nelle quali accanitamente si esercita. In questi giorni sono stati massacrati 106 civili, molti i feriti dai brutali interventi della polizia ed oltre mille gli arrestati.  Di questi ultimi non si sa molto: è probabile che vengano internati, se non tutti una scelta schiera (a discrezione del pasdaran, naturalmente) nel lugubre carcere di Evin, alle porte di Teheran dove da quarant’anni, dal fatidico febbraio 1979, si consumano i peggiori delitti, esecuzioni e torture compresi.

I successori di Khomeini non hanno modificato le abitudini del Grande Ayatollah, capo supremo della Repubblica islamica, le, cui costumanze in termini politici e polizieschi sono state riprese da Alì Kamenei.

È dalla Guida Suprema che è partito l’ordine di reprimere le agitazioni divampate nelle principali città, a cominciare dalla capitale, con la motivazione che gli iraniani protestavano contro il rincaro del  carburante dovuto alle sanzioni americane.

Giustificazione speciosa. L’Iran è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo: è al quarto posto posto (dopo Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti) con 1577 barili al giorno, pari al 5,2% del totale mondiale. Credere che il rincaro sia dovuto ad una penuria del greggio, provocata dall’America, è un escamotage propagandistico per aizzare, in vista di una nuova campagna legata al nucleare, il Paese contro il vecchio Satana occidentale.

Il bilancio è provvisorio, naturalmente. Quel che è permanente è lo stato di tensione e di paura che domina il Paese. I cittadini si sentono abbandonati, grazie anche alle sanzioni che colpiscono i fabbisogni più elementari e sui quali fa leva il regime per la sua criminale propaganda.

Il razionamento della benzina, decretato dal governo, spaventa e provoca disagi, naturalmente. Ma da quanto trapela oltre il muro di omertà (il web è praticamente silenziato da giorni e la stampa imbavagliata), sembra che sia in atto un nuovo giro di vite  all’interno delle gerarchie iraniane che il presidente Hassan Rouhani, rieletto per la seconda volta nel 2017, dunque scadrà nel 2021, salutato inizialmente come un “moderato”, ha assecondato dopo essere stato “addomesticato” da Kamenei e dal Consiglio dei guardiani. Con la scomparsa politica di uomini come Rafsanjani e Khatami, è di fatto sparita qualsiasi voce autorevole che mitigasse, sia pure flebilmente, gli eccessi del regime.

Rouhani ha oscurato nelle ultime ore Internet, per cui i dati reali, a parte quelli forniti da Amnesty International e da alcune agenzie non governative che agiscono nella quasi totale, clandestinità, vanno presi  con il benefico d’inventario.

Le proteste sono scoppiate venerdì dopo che il governo ha annunciato un aumento del 50 per cento del prezzo della benzina. Il provvedimento ha acceso la rabbia nel  paese già piegato dalle sanzioni, come si diceva. Chi prova a reagire viene soppresso pubblicamente; i cecchini stanno facendo gli straordinari. Raha Behreini, avvocato per i diritti umani e rappresentante iraniana di Amnesty International, ha fatto sapere che “Secondo rapporti credibili che abbiamo ricevuto, in meno di tre giorni da venerdì scorso, almeno 106 manifestanti sono stati uccisi in 21 città del paese. Ci sono anche testimoni oculari e riprese video: i cecchini hanno sparato su una folla di persone dai tetti, e in almeno un caso, dagli elicotteri”.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani esprime notevole preoccupazione, come ammette il portavoce, Rupert Colville: “Siamo profondamente preoccupati per le segnalate violazioni delle norme e degli standard internazionali sull’uso della forza. Non conosciamo l’entità delle vittime e dei feriti, ma è chiaramente una situazione molto grave”.

Intanto la televisione di Stato iraniana continua a mostrare le immagini di migliaia di persone che marciano a sostegno del governo e del regime islamico chiedendo la condanna a morte dei manifestanti e accusandoli di essere al soldo dagli Stati Uniti.

 L’ escalation di violenze si è intensificata sistematicamente dal 24 giugno 2005 quando venne eletto presidente  Mahmoud Ahmadinejad, leader radicale  e già sindaco di Teheran. Egli diede impulsò alla ricerca nucleare, nonostante l’opposizione degli Stati Uniti e dell’Ue. E periodicamente, durante i due mandati, lanciò   gravi minacce contro Israele, gli Stati Uniti, l’Occidente e  contro i governi islamici che riconoscevano lo stato di Israele. Nel 2006, per iniziativa  degli Stati Uniti e del Regno Unito, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, impose  all’Iran dure sanzioni economiche per indurlo a interrompere il suo programma nucleare, che viene visto  come una minaccia contro Israele e come un passo verso l’egemonia nella regione. Il 20 giugno 2009, nel corso di una manifestazione a Teheran fu uccisa la ventisettenne Neda Soltan, che divenne  il simbolo della rivolta contro il regime. Nello stesso anno si registrarono scontro violentissimi a a Teheran mentre l’ex presidente Rafsanjani, sostenitore dei riformisti, guidava la preghiera del venerdì. Nell’ottobre  si complicarono i negoziati sul nucleare iraniano, dopo l’individuazione di un reattore in costruzione presso la città santa di Qom. Gli Stati Uniti minacciarono nuove sanzioni, dopo le aperture di Obama sulla questione. Nel dicembre morì l’ayatollah Montazeri, uno dei punti di riferimento dei dissidenti. I funerali fornirono   l’occasione per organizzare  manifestazioni represse con durezza: i morti furono all’incirca  quindici morti (fra i quali, a Teheran, un nipote di Mussawi, il candidato sconfitto alle elezioni presidenziali, poi arrestato).

Tra 2010-2011 l’Iran ha proseguito l’avanzamento  del suo programma nucleare in funzione anti-israeliana ed anti-occidentale , fino a quando nel  dicembre 2011 l’UE ha stabilito, su impulso americano,  l’embargo perolifero nei confronti dell’Iran entrato in  vigore nel luglio 2012.Questi i precedenti più prossimi.

Ora la nuova ondata di repressione. I carnefici hanno il loro bel daffare nel sedare le proteste. L’occasione, manco a dirlo, gliel’ha offerta l’Occidente e segnatamente l’America, tramite l’Unione europea. Non si è ancora capito, da questa parte del mondo, che le sanzioni, a chiunque comminate, in un modo o nell’altro le paga il popolo. Ed i regimi liberticidi ringraziano.

Il Dubbio, 24 novembre 2019