La vera guerra si combatte nei cieli dell’Iran o nei corridoi della Casa Bianca? La domanda sorge spontanea dopo le indiscrezioni sull’attacco a Teheran bloccato da Donald Trump mentre gli aerei incaricati di metterlo a segno erano già in volo.

Indiscrezioni confermate con il solito tweet dal presidente degli Usa che precisa di aver fermato una rappresaglia su tre obbiettivi in seguito alle stime del Pentagono in cui si ipotizzava l’uccisione di almeno 150 iraniani. In verità a far cambiare idea al presidente non sarebbe stato il suo buon cuore, ma la tardiva consapevolezza di esser stato messo con le spalle al muro dal consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton con l’appoggio del segretario di Stato Mike Pompeo e di Gina Haspel, attuale Direttore della Cia.

Il presidente, già poco convinto della scelta, sarebbe velocemente tornato sui suoi passi dopo aver ascoltato le preoccupazioni dei vertici del Pentagono convinti che l’Iran avrebbe scatenato una contro rappresaglia contro i soldati americani in Irak e Siria. Il presidente, attribuendo l’abbattimento del drone a uno «stupido», aveva già fatto capire di non volersi imbarcare in una guerra al regime iraniano simile a quelle «senza fine» iniziate dai suoi predecessori in Iraq e Libia. Ma a fargli decidere la veloce retromarcia è stato lo spettro di perdite americane e di un conflitto capace di turbare la campagna per la rielezione del 2020. Lo scampato (per ora) pericolo di un conflitto dalle conseguenze difficilmente pronosticabili apre però un interrogativo ancor più serio. Ovvero chi comanda e decide veramente alla Casa Bianca? Il presidente Donald Trump o quel partito dei «falchi», con alla testa Bolton, che ha preso il sopravvento dopo le dimissioni, a dicembre, del segretario alla Difesa James Mattis