La ghettizzazione della produzione artistica della destra, oggi, non ha più niente a che vedere con quella che c’era nel 1978.
In quegli anni riconosco non solo un valore puro nella ghettizzazione ma anche una certa grazia e tenerezza, che traspare, ad esempio, dalle biografie dei cantautori di musica alternativa come gli Janus, gli ZPM, il “De Gregori nero” Massimo Morsello, la compagnia dell’Anello ecc…
Quei giovani desideravano che il loro lavoro arrivasse a un grande pubblico, per poi essere sottomessi al ricatto ideologico di “fascisti!”, da parte dell’intellighenzia culturale, che li relegava nel ghetto di un campo Hobbit o di un’etichetta in stile “La voce della fogna”.
Al contrario, con gli anni, è come se questa ghettizzazione si fosse “istituzionalizzata”, in altri termini è come se “l’artista”, fin dalla promozione del proprio lavoro o persino dalla stesura, parta già con la precisa consapevolezza che il proprio operato sarà ghettizzato o, nel peggiore dei casi, addirittura cerchi quella ghettizzazione come l’acqua nel deserto.
Non è un caso che abbia virgolettato il termine artista; se l’ho fatto è perchè in quel punto, solo per ragioni di comprensione lessicale, non avrei potuto usare il termine artigiano, ma sicuramente sarebbe stato quello più indicato.
Infatti, non sono più che artigiani coloro che mirano alla ghettizzazione perchè sanno che in questa, comunque vada, un pubblico è assicurato o addirittura coloro che, partorita la propria opera, non aspettano altro che qualche associazione con il pugno chiuso gliela critichi, con la speranza che la polemica generi loro l’unico possibile cenno di esistenza su qualche testata.
Solo in questo modo è possibile giustificare il fatto che ci si ostini a presentare molti lavori del variopinto arcipelago identitario della destra ancora affiancati dall’epiteto “censurato”, quasi a voler mettere le mani avanti su qualsiasi giudizio qualitativo, quasi a lasciar intendere che, a prescindere dal contenuto, è già una vittoria che il pubblico sia riuscito a vederlo.
E così la controcultura oggi, a differenza del 1978, ha iniziato un inevitabile processo di disacerbazione che, nel tempo, la condurrà ad essere non più che l’orticello di chi non vuole sporcarsi con il mondo, di chi vuole evitare il confronto diretto con il reale, trincerandosi nella sdegnosa verginità e celibe purezza degli “addetti ai lavori”.
Ho osservato molto i giovani culturalmente impegnati a destra, sia pure nella distorsione per cui sono gli stessi impegnati politicamente a destra (la conoscenza del percorso culturale della destra non può prescidere da una qualche forma di attivismo politico.)
Ebbene sono innegabili in loro due anime; da un lato il didattico rispetto per quella cultura ghettizzata e dall’altro le naturali aperture verso tutto il panorama culturale.
In altri termini, quei giovani non hanno l’inclinazione a preordinare con la spietatezza ideologica dei loro padri ma si dimostrano disponibili a rintracciarne l’aspetto identitario della destra anche in opere pensate da autori che sono, o sono stati, connotati a sinistra.
Questo è il germe che va protetto dai venti e coltivato con gelosia e parsimonia, perchè è questo uno dei semi dal quale può esserci una ripartenza culturale.