La farsa sulla legge elettorale pseudo tedesca andata in scena a Montecitorio in questi giorni, al di là dell’esito effettivo che avrà (o non avrà) la comica vicenda, pone la destra politica di fronte ad alcune rilevanti questioni.
Il patto di ferro tra Berlusconi e Renzi, che negli ultimi tempi appariva e scompariva a seconda delle circostanze, è oramai un dato di fatto evidente ed inevitabile e solo un osservatore particolarmente ingenuo o distratto può sorprendersi della piega che hanno preso le vicende della politica italica.
Tra i due contraenti del cosiddetto patto del Nazareno, verosimilmente intermediato da un personaggio come Denis Verdini, esiste oramai una oggettiva e solidissima convergenza di interessi.
Innanzitutto Berlusconi ha bisogno del governo per salvaguardare le sue aziende, che dopo gli ultimi anni di risultati deludenti sono ora fortemente minacciate dalla temibile scalata della Vivendi di Vincent Bollorè.
Non è certo un caso che sul tema il premier (per procura) Gentiloni sia sceso esplicitamente in campo dichiarando che la scalata francese a Mediaset (a differenza delle molte altre di questi ultimi tempi) “non ci lascia indifferenti” e che il governo “è vigile dal punto di vista politico”.
Ci sono poi almeno tre altri temi rilevanti nei quali gli interessi della premiata (mica tanto per la verità) ditta Renzi & Berlusconi sono comuni.
Innanzitutto la necessità di reciproca legittimazione dopo la disfatta di Renzi al referendum e le note vicende della decadenza di Berlusconi per effetto della legge Severino.
Entrambi vogliono rientrare in gioco con piena legittimità politica ed è questo un tipico caso in cui una mano lava l’altra e tutt’e due lavano il viso.
Poi c’è la necessità di ripulire i rispettivi gruppi parlamentari: dai dissidenti (anche nel partito) Renzi e dai voltagabbana che hanno decimato Forza Italia Berlusconi; uno dei motivi per i quali i due compari avrebbero voluto, e vorrebbero, precipitarsi alle elezioni con liste ovviamente il più possibile bloccate.
Last but not least entrambi hanno serissimi problemi con la magistratura.
Delle vicende giudiziarie di Berlusconi (e per la verità dell’accanimento nei suoi confronti) sappiamo tutto.
Ora però anche Renzi, con amici, parenti e il giglio magico in blocco, dalla Boschi a Lotti, si trova alle prese con seri guai giudiziari di ogni tipo.
Oltre alle note vicende di Consip, Banca Etruria e dintorni, il ragazzotto toscano ha visto demolire da giurisdizioni di vario ordine e grado molte sue creazioni, dall’Italicum alle nomine dei direttori dei musei.
In tutti questi casi Renzi e la sua corte di trombettieri e maggiordomi non hanno mai mancato di scagliarsi contro chi, in nome del rispetto delle regole (che si possono anche cambiare ma finchè ci sono si rispettano) osava mettere i bastoni tra le ruote alle sue mirabolanti trovate: “abbiamo sbagliato a non cambiare i Tar” ha twittato con il solito stile da bullo di paese dopo la decisione sulle nomine ai musei, confermando una concezione delle istituzioni rozza ed approssimativa.
E’ evidente che la lunga (e per molti versi nefasta) epoca del giustizialismo di sinistra con il PD Renziano è finita.
Le procure non si fiancheggiano più, casomai si attaccano, e niente più porte girevoli magistratura-partito-parlamento.
La magistratura per Renzi è solo un ostacolo, un pericolo da neutralizzare, un bastone tra le ruote dei suoi piani di gestione pervasiva e clientelare del potere.
E’ sin troppo evidente chi possa essere, in un contesto simile, l’alleato più fidato e utile, portatore di identico interesse.
Per questi e molti altri motivi non ci possono essere dubbi sul fatto che qualunque sarà l’esito delle prossime elezioni, quale che sia la legge elettorale, il risultato è già da ora scontato: un bell’accordo tra i due compari che riporterà Renzi al governo con la spinta interessata di Berlusconi, la benedizione delle oligarchie economiche e dell’Europa dei burocrati e magari la solita scusa dello spread casualmente impazzito al momento oportuno.
L’aperitivo di questo bel banchetto, per la verità, è già stato servito l’anno scorso a Roma quando, anche con il grazioso contributo di qualche zelante cameriere proveniente da destra, Berlusconi aveva scientificamente impedito a Giorgia Meloni di arrivare al ballottaggio in favore del candidato del PD risparmiando così a Renzi, oltre che una magra figura, molti problemi all’interno del suo partito.
Se questo è il quadro non si possono ignorare i problemi della destra politica in generale e di Fratelli d’Italia in particolare.
Il partito guidato da Giorgia Meloni è senz’altro l’unico soggetto, per leadership, consistenza, organizzazione e riferimenti culturali potenzialmente in grado di riaggregare la destra italiana, oggi dispersa in mille rivoli tra proteste velleitarie, astensionismo e schegge più o meno impazzite ereditate dal disastro di AN e PDL.
Tuttavia negli ultimi anni in termini consensi reali FDI continua a galleggiare in un limbo tra il 4% e il 5% senza riuscire a crescere oltre, nonostante la popolarità della sua leader e nonostante il bacino di potenziali simpatizzanti/elettori molto più vasto. Il che pone il partito in una posizione di grande vulnerabilità come quella, fortunatamente scemata, degli ultimi giorni.
Si tratta evidentemente di un problema di efficacia, adeguatezza e credibilità della linea politica, chiaramente dimostratasi inadatta all’aggregazione ed al recupero di consensi al di fuori di una più o meno ristretta area di militanti e simpatizzanti “irriducibili”.
FDI ha praticamente mantenuto immutata la strategia politica di AN in una situazione completamente diversa e senza tenere conto degli effetti, assolutamente negativi, di quell’esperienza, mai seriamente analizzata né mai valutata criticamente.
FDI nella sua azione politica ha quindi continuato a privilegiare e perseguire obiettivi immediati di rappresentanza a scapito di un’elaborazione politica più evoluta a lungo termine e della difesa dei valori e dell’identità della destra.
Tradotto, ha continuato a perseguire le vecchie alleanze allargate del vecchio centro destra agganciandosi, con una posizione marginale, a logori ed eterogenei contenitori più o meno “moderati”, dove Forza Italia, i centristi di turno, compagnie politiche occasionali e a volte improvvisate convivono alla meno peggio in mal riusciti matrimoni di interesse con Lega e FDI (vedi il caso di Milano l’anno scorso).
Una strategia mirata alla conquista di posizioni di rappresentanza e potere che qualche volta funziona (come in Liguria o a Trieste) e molte altre no, come nel caso delle ultime elezioni comunali.
La giustificazione di queste scelte, spesso dettate con logiche autoritarie da un personale politico oramai politicamente logorato e non in grado di decodificare il presente, rivela un’analisi alquanto superficiale: certe alleanze sarebbero indispensabili perché “da soli non andiamo da nessuna parte”, dimenticando che un piccolo partito deve cercare di massimizzare il proprio peso politico e non agganciarsi a qualsiasi costo a qualsiasi treno più o meno “moderato”, e perché “in politica contano i numeri”, dimenticando che, come si impara alle elementari, non si possono sommare patate e bulloni né tantomeno pretendere di farli cuocere insieme.
Scelte comunque perdenti: anche in caso di successo lo spazio di manovra resta sempre limitato dalle esigenze prevalenti delle coalizioni e dai troppi compromessi necessari per tenerle insieme ad ogni costo, esattamente come succedeva con i mediocri governi delle vecchie alleanze berlusconiane la cui incapacità di agire seriamente è costata carissima alla destra politica in termini di credibilità e consistenza politica.
In realtà il fallimento è doppio: spesso inutile ai fini della rappresentanza, questa strategia miope e insufficiente si è sempre rivelata incapace di allargare il consenso e di riportare a casa i troppi elettori di destra rifugiatisi nell’astensione, nella protesta dilettantesca e superficiale del M5S, evidentemente molto più credibile come alternativa innovativa al sistema politico, e anche, al nord, nella Lega 2.0 di Salvini, la cui proposta politica è oramai sostanzialmente sovrapponibile a quella di FDI e dove non è affatto raro trovare quadri provenienti da o formati nel MSI o FDG.
Proprio la farsa di questi giorni ha messo in luce chiaramente i pericoli di queste scelte sbagliate: con un livello insufficiente di consensi FDI si è ritrovato in balia degli eventi e degli “alleati” Salvini e Berlusconi, che ovviamente non hanno esitato un secondo nel fare i propri interessi sostenendo una legge elettorale sconclusionata che, però, avrebbe permesso loro di tagliare fuori la destra e di impadronirsi senza colpo ferire dei suoi voti.
Chi ha partecipato alla grande manifestazione dello scorso gennaio a Roma ricorderà Renato Brunetta (sonoramente fischiato) implorare l’unità del vecchio centro destra come unico antidoto contro Renzi. Lo stesso Brunetta che in questi giorni abbiamo visto saltellare garrulo da un canale TV all’altro esaltando le meraviglie della legge elettorale pseudo tedesca elaborata d’amore e d’accordo con lo stesso Renzi che diceva di volere cacciare e contro quelli che in piazza San Silvestro invocava come indispensabili alleati.
E’ necessario, quindi, che la proposta politica di FDI si adegui ad una fondamentale priorità: l’allargamento e la crescita del consenso mediante il recupero degli elettori di destra dispersi che fino ad ora FDI non è riuscito a raggiungere o a convincere.
Serve una elaborazione politica nuova, seria e coraggiosa, fondata su programmi concreti che abbiano al centro la difesa dei valori sociali e culturali della destra politica, lasciando da parte piccolo cabotaggio, compromessi al ribasso e mediazioni infinite.
Solo così sarà possibile raggiungere una consistenza elettorale tale da garantire a FDI un futuro politico degno del suo patrimonio ideale e una forza adeguata a negoziare posizioni politiche rilevanti.
L’idea di un polo sovranista basato su di un accordo politico, serio e senza inganni, con la Lega e magari con spezzoni più presentabili di Forza Italia potrebbe essere un obiettivo realistico.
Ma proprio i fatti di questi giorni dimostrano che la strada è tutta in salita.