È venuto il momento di mettere le idee a posto soprattutto per avviare un significativo processo di riconoscimento e di ricomposizione della destra che nel centrodestra in oltre vent’anni, tranne rari momenti di protagonismo, è finito per annullarsi. Intanto il centrodestra non esiste più. Esiste la destra. Che essa si identifichi in Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni è del tutto pacifico e naturale. Ma tuttavia c’è altro al di là del pur corposo partito che la giovane leader ha fondato nel 2012 e che venne snobbato come una meteora. Era fin troppo facile immaginare che in assenza di una destra politica e parlamentare  il vuoto sarebbe stato colmato. C’era solo da attendere.

Adesso è il tempo di distinguersi. Dalle decadenti soggettività partitiche che vivono il rancore come ideologia identitaria fino a sfinirsi girovagando nel nulla, come Forza Italia ridotta al lumicino; e dalla Lega di Salvini, movimento che è attrezzato elettoralmente, ma non culturalmente (almeno così ci sembra) a competere con una destra dalla forza identitaria e dalla storia innegabile dalla quale discende in qualche modo il partito della Meloni.  Il quale, se come soggetto elettorale ha ancora davanti a sé praterie da esplorare e terre da conquistare, dovrebbe maturare la consapevolezza che soltanto con un progetto di ampio respiro è possibile arrivare “laddove non c’è nessuno”, per usare un’espressione cara ad un poeta della nostra gioventù,  assassinato e amato ancora oggi quando il tempo si sta facendo breve.

NUOVI SCENARI CON LA RESTAURAZIONE DEL PROPORZIONALE

Posto che non c’è più spazio per composizioni fatte di frattaglie con centri tavola di pessimo gusto, bisogna prendere atto che la scomposizione del sistema politico che culminerà con la restaurazione della legge elettorale proporzionale, imporrà a tutti i soggetti – ed ancor di più a coloro che hanno convissuto nel centrodestra – di prendere tra le mani la loro autonomia e dichiararsi liberi e indipendenti, ma anche alla bisogna “alleati” – come accade in tutto il  mondo – su provvedimenti legislativi e questioni sociali. È possibile che la destra si adegui alle nuove esigenze che non sono soltanto elettorali, ma soprattutto socio-culturali?

In altri termini, una domanda che esige non una risposta immediata, ma una riflessione elaborata e un pensiero lungo abbastanza per poter reggere all’urto sia politico che identitario, è questa: la destra italiana vuole stare dalla parte del populismo più o meno declinato in chiave sovranista o vuole darsi un profilo nazional-conservatore (che implica anche un’adesione al riformismo europeo, non “europeista”), come sembrano indicare le recenti prese di posizione della Meloni?

Riteniamo che la seconda strada sia la più adatta e praticabile, priva di avventurismi e solida sotto il profilo politico-programmatico, oltre che coerente con un moderno movimento “globale” (speriamo di non essere equivocati: intendiamo dire che si occupa di tutto e non si limita a razzolare nel cortile di casa). Oltretutto anche maggiormente congeniale a una destra ambiziosa e dalla struttura storica discendente dall’esperienza settantennale (il tempo conta…) capace di coniugare il retaggio al quale è oggettivamente aggrappata con la modernità verso cui è destinata a guardare. È il profilo del conservatorismo dotato di un equilibrio nel quale possono convivere molte anime, purché l’orizzonte al quale si guarda sia uno solo.

A tal fine la subalternità nei confronti di chicchessia non è prevista. La destra (nazional-conservatrice o come altro la si voglia definire) deve fare il suo “mestiere” senza correre dietro le improvvisazioni di chi guarda al domani elettorale piuttosto che alla costruzione di una comunità nazionale e sovranazionale (anche questo è un punto nodale) centrato sulla persona, la patria, lo Stato e l’Europa come “terra di nazioni”, dunque riconoscendo il primato della sovranità nazionale nel consesso di popoli affini o meno affini che comunque abbiano a vista il necessario contrasto (o conflitto) con il neo-colonialismo.

VALORI E PRINCIPI NON NEGOZIABILI

Resta inalterata la convinzione in molti settori che nella destra si sono riconosciuti o che vi si riconoscono, che se un progetto politico ha fondamenti più che solidi esso non può che puntare alla restaurazione, come c’insegnava il compianto Roger Scruton,  su valori e principi non negoziabili e sulla consapevolezza di rappresentare una vasta e variegata gamma di interessi, bisogni, ideali. Sarebbe perciò autolesionistico cercare ossessivamente  motivi di distinzione nella “destra plurale” dalle molte anime, ma dal comune sentire, guardando a uno stesso obiettivo. E ancor più sarebbe a dir poco “suicida” smantellare un patrimonio ideale e culturale per inseguire l’occasionalismo che forze politiche vicine e talvolta più che vicine praticano per raccogliere voti che potrebbero diventare “volatili” nello spazio di tempo che separa una consultazione dall’altra.

Quanto più produttivo sarebbe, invece, riconoscere nelle differenze l’intrinseca ricchezza di una soggettività che è andata definendosi nell’arco di molti decenni, piuttosto che enfatizzare differenze e dissonanze dettate da personalismi che non di rado hanno nuociuto alla destra stessa nel gioco delle alleanze dal quale è uscita quasi sempre soccombente, sia pure vittoriosa nel contesto di un centrodestra quando questo si è fondato sulla rappresentanza delle identità e non sull’acquisizione delle loro sovranità utilizzate in chiave “monarchica” e personalistica.

LA SFIDA PERDUTA DAL CENTRODESTRA

Il politicismo alla lunga non paga. I soggetti di una coalizione hanno il diritto di rappresentare le proprie istanze in ossequio alla difesa delle diverse storie e sensibilità, ma hanno anche il dovere di giocare le reciproche differenze sul terreno comune dove si sono incontrati: la necessità di dare voce e rappresentanza all’Italia profonda della quale, a diverso titolo, sono espressione.

Ragioni identitarie e ragioni occasionalmente coalizionali possono e debbono convivere in vista del “bene comune”. È questa la sfida che il centrodestra ha perduto e con esso la destra che al suo interno si è dissolta. Il motivo è semplice: la coalizione non si è strutturata come un soggetto unitario che, nella diversità degli elementi che ne fanno parte, mostra la sua ricchezza nel costituirsi interprete di istanze di modernizzazione istituzionali, civili e culturali, non disgiunte dalla difesa di valori politici che hanno un comune riferimento nella persona, nella nazione e nello Stato, ma quale aggregato di egoismi che nel tempo si sono stratificati e la destra ha pagato il prezzo più alto perché per quanto omologata ha tentato di mantenere, almeno da parte di alcuni soggetti, una sua autonomia che tuttavia è stata nella migliore delle ipotesi annacquata, quando non sacrificata al “bene comune” in un partito unico dove le differenze sono state annegate nella logica dell’unità e dell’uomo solo al comando.

Le ragioni della destra, dunque, prima sono andate disperse, poi respinte, infine se n’è persa la memoria. Soprattutto per ciò che riguarda quegli elementi ai quali si faceva  riferimento.

A questo riguardo, il riferimento allo Stato non significa in nessun modo regressione nello statalismo che ne è la degenerazione, portata alle estreme conseguenze da una lunga pratica partitocratica da parte di quelle forze politiche che hanno utilizzato lo Stato per privarlo della sua nobiltà politica, occupandolo come una colonia. E si deve alla decadenza dell’idea di Stato il conflitto tra i poteri costituzionali.

DECADENZA E RESTAURAZIONE DELLO STATO NAZIONALE

Quando assistiamo, con sgomento, alla discesa in campo del potere giudiziario contro i poteri legislativo ed esecutivo, vuol dire che lo Stato è sul punto di dissolversi, che gli accenti accorati in difesa dello Stato di diritto sono ipocrite ed impietose esercitazioni retoriche da parte di chi allo Stato evidentemente non riconosce altro fine che se non quello di rappresentare interessi marginali o di casta, in palese contrasto con gli interessi generali. In Italia si sta producendo, in un clima di sostanziale rassegnazione, la decadenza dello Stato come custode del “bene comune” per responsabilità di quanti non riconoscono nella divisione dei poteri il corretto svolgersi del confronto democratico e cerca di giocarne uno in contrapposizione agli altri. È un problema politico che ha una radice culturale nel giacobinismo che caratterizza gli orientatori di senso dell’opinione pubblica.

Crediamo sia necessario che la destra nella prospettiva nazional-conservatrice preliminarmente si doti di un progetto culturale prima che politico in grado di contrastare, legittimamente, il giacobinismo dominante. È questo un punto di grande importanza che venisse scaricato, come talvolta è stato fatto, perché ritenuto impropriamente un cascame intellettualistico. Grazie anche a considerazioni di questo genere siamo purtroppo arrivati alle incomprensioni di oggi. Ciò che sta accadendo in Italia è il frutto di una lunga sedimentazione culturale, a cui far risalire la decadenza civile del nostro Paese, che ha prodotto una egemonia relativista a fronte della quale non v’è ancora stata la doverosa reazione che ci si attendeva. Su questo terreno la vecchia destra ha dimostrato in maniera preoccupante la sua assenza. Probabilmente non è questa l’occasione per indicare i rimedi a tale insufficienza, ma basta qui osservare che quanto viene proposto come cultura di massa innanzitutto è assolutamente omologato agli stereotipi del laicismo (da non confondere con laicità) di cui è permeata la nostra società dell’indifferentismo morale, del relativismo etico. È questa una battaglia che la destra ha lasciato cadere e che  non può esimersi dall’affrontare poiché connessa alla difesa dei valori della persona che non sono in contrasto con quelli della nazione intesa come “comunità di destino”, né dello Stato quale custode del “bene comune”.

LA FORZA DELLE IDEE, LA DEBOLEZZA DELLE PAROLE

Un simile progetto non può prescindere dalla considerazione che la società civile vada conquistata prima di tutto con la forza delle idee, di un pensiero. Non è certo riprovevole ritenere che di fronte ad una società come quella italiana, laicizzata e scristianizzata, si debba dispiegare un coerente piano contro la sua stessa decadenza. Gli strumenti sono quelli della cultura declinati in tutte le espressioni possibili ed immaginabili, capaci di sensibilizzare una vasta opinione pubblica ed indurla a prendere consapevolezza della decadenza. Questo è lo spettro che abbiamo davanti e di fronte al quale non possiamo far finta di nulla. La nostra nazione sta esaurendo giorno dopo giorno la sua vitalità; risente di uno svuotamento culturale e spirituale; è ripiegata su se stessa fino ad apparire rattrappita, lontana dal prendere parte ai grandi processi innovativi che avvengono nella sfera del sapere; rinunciataria, soprattutto per responsabilità delle sue élite intellettuali, non riesce ad occupare la scena internazionale neppure quando l’occasione per manifestare un certo protagonismo è alla portata. Qualche anno fa l’Italia venne espulsa dal progetto Genoma, del quale i nostri scienziati erano stati iniziatori e protagonisti, perché i governanti del tempo non ne colsero l’importanza e non offrirono adeguata copertura. Se l’Italia non torna a giocare un ruolo da protagonista nel campo della ricerca, dell’innovazione, della cultura umanistica (dove è sempre stata all’avanguardia) invecchierà prima di quanto si pensi, non sarà competitiva, si spegnerà. È di questo che la destra deve farsi carico in maniera evidente e riconoscibile anche per non lasciare agli avversari la possibilità di polemizzare su questo terreno quando loro sono responsabili della decadenza culturale del nostro Paese avendo utilizzato le leve culturali soltanto per stabilire una discutibile egemonia finalizzata a piegare la società civile all’uniformità di un indirizzo politico.

C’è una solitudine intellettuale e politica che non sempre si materializza, ma che scava nel profondo, nell’elettore deluso della destra. Si nutre di una domanda semplice quanto angosciante: le idee hanno ancora un senso, possono essere le linee-guida dell’azione politica? Oppure l’impegno nell’amministrazione della cosa pubblica ha annacquato tutto? È possibile che il disagio del disimpegno venga annegato nella mera gestione della rincorsa al potere? Mi rifiuto di credere che senza idee si possa pensare di lasciare tracce politiche. E che un patrimonio, non solo di valori, ma anche di cultura possa essere depositato nel ripostiglio di un trovarobe delle mode intellettuali.

LA SOVRANITÀ NECESSARIA

Nel tempo nuovo che dovrebbe caratterizzare la destra ritrovata, dovrà farsi strada l’esigenza di dare vita a un programma politico che coniughi le esigenze particolari con quelle, per così dire, globali. Una vecchia idea ritorna quando superficialmente si riteneva di poterne fare a meno definitivamente: la sovranità. Pretendere riconoscimento e rispetto significa riconoscere e rispettare: culture, tradizioni, religioni, sentimenti, memorie. Ma significa anche  cominciare a dare qualche risposta alla domanda: quali valori governeranno l’era globale? E ancora: è compatibile la salvaguardia delle identità con le esigenze di quella che viene chiamata la “comunità mondiale”? E poi: come rispondere, sempre che risposte vi siano, all’economia protesa nella ricerca di utili a breve termine di fronte alle ricorrenti crisi ecologiche, climatiche, agricole? E infine: riteniamo che la povertà (centomila esseri umani muoiono di fame o in conseguenza di essa ogni giorno), le malattie endemiche, la desertificazione, l’insicurezza alimentare non debbano riguardarci, non debbano riguardare uno schieramento di forze politiche capace di adeguare le loro culture alla decifrazione dei grandi eventi?

Scriveva Franz Kafka: “Lontano, lontano da te, si svolge la storia mondiale, la storia mondiale della tua anima”. Una storia che non ammette pause di idee e di progettualità; che esige una nuova cultura politica per rispondere alle domande che una umanità sempre più dolente, incerta, confusa, pone; che si alimenta di una grande ambizione: contribuire alla formazione di una società autenticamente plurale nella quale le vecchie, ma mai tramontate idee, della solidarietà e della partecipazione siano centrali al punto di rivitalizzare lo Stato-nazione (al quale personalmente non vediamo alternative) dalla cui sopravvivenza dipenderà il destino, nel mondo globale, delle specificità, delle differenze, delle culture appunto, la cui difesa, mai come oggi, innova il concetto stesso di libertà: tanto più si è liberi quanto più ci si preserva di fronte all’aggressione dell’omologazione, del “pensiero unico”, della riduzione dell’essere umano alla dimensione dell’elementare consumatore.

Perciò considero un deprecabile spreco non dare luogo ad un soggetto di destra, “plurale e diffuso”,  in grado  di trascendere nelle querelle e conformarsi ad una sorta di Grand Old Party, attraverso la pratica del “fusionismo” quale venne teorizzato e praticato negli anni Sessanta negli Usa da Barry Goldwater. Una grande aggregazione riformista di segno conservatore, popolare, liberale e nazionale. Al di là di leghe, centri e centrini, cespugli e occasionali convitati. Può nutrire Fratelli d’Italia un’ambizione di questo genere?

L’unità di tutto in un modo, sia esso in cammino, disperso o piegato sullo scetticismo, è un autentico valore politico al quale responsabilmente ognuno per la sua parte dovrebbe portare in dote stimoli intellettuali e passione politica. Perché non immaginare, quando si chiarirà il cammino che non conoscerà ostacoli, ma sarà comunque pieno di avversità, la promozione di una Costituente per la destra nazionale, conservatrice ed europea? Dalla risposta all’interrogativo dipenderà anche la destrutturazione e la ristrutturazione di buona parte del sistema politico italiano