Documentare l’inconsistenza delle argomentazioni a favore del SI al taglio lineare dei parlamentari in base alle dichiarazioni dei leader politici che lo sostengono è sin troppo facile. Dalle storielle di Di Maio sui costi della casta alla “coerenza” (ma coazione all’errore sarebbe più appropriato) di Salvini fino al mai argomentato “credo fortemente” della Meloni nessuno è riuscito a dare serio fondamento ad una scelta in realtà maturata per esigenze di propaganda spicciola e opportunismo del momento (limitandoci alle ragioni presentabili…). Molto più interessante constatare che nemmeno autorevoli commentatori e influenti studiosi di sistema riescono a fare meglio.

E’ il caso di Antonio Polito, tra i più equilibrati dello schieramento europeista-liberista, e del professor Roberto D’Alimonte, accreditato intellettuale di sistema (docente alla LUISS ed editorialista del Sole24Ore) che si dice abbia ispirato, oltre che sostenuto fortemente, l’intruglio costituzionale cucinato dalla coppia Renzi-Boschi fortunatamente bocciato da un referendum analogo a quello di domenica prossima.

Commentando con (eccessivo) entusiasmo un articolo di D’Alimonte, Polito si schiera per il SI definendo “razionale” “nel frastuono della demagogia” la posizione del professorone così sintetizzata: “Il ragionamento del professor D’Alimonte è semplice: non ci sono prove che faccia danni, ci sono possibilità che dia vantaggi. Ergo…”

Ma è proprio così?

Vediamo un po’ cosa ci racconta l’illustre cattedratico dalle pagine del quotidiano confindustriale. La prima argomentazione è palesemente truffaldina ed è la stessa che utilizza spesso Di Maio citando a sproposito la Germania, il che è già alquanto sintomatico.

“Le due più grandi democrazie del mondo sono gli Stati Uniti e l’india. Negli USA gli abitanti sono 328 milioni. I deputati sono 345 e i senatori 100”. Perché, dunque, sarebbe un problema in Italia ridurre a 400 i deputati e a 200 i senatori con 60 milioni di abitanti, si chiede D’Alimonte?

Ma benedetto professore, come si fa a mettere sullo stesso piano uno stato federale con uno stato centralizzato, cioè paragonare una pera con un bullone?

Pazienza per Di Maio, che probabilmente non conosce nè ha mai conosciuto la differenza, ma un preclaro studioso di sistemi politici non può far finta di non sapere che negli Stati Uniti, oltre al parlamento di Washington DC, esistono altre 50 camere dei deputati e altri 50 senati statali nei quali svariate migliaia di eletti (almeno 7/8000) legiferano su giustizia civile e penale, sistema fiscale, ordine pubblico, temi etici, ecc. ecc.?

E che senso ha paragonare la California, che con 40 milioni di abitanti è rappresentata al senato federale USA da 2 senatori, con la Basilicata che dopo il taglio passerebbe da 7 a 3, sottintendendo che quindi sarebbe comunque adeguatamente rappresentata, addirittura più della California?

Anche qui non è ammissibile “dimenticare” che il Senato americano ha funzioni molto differenti da quelle del Senato italiano: avendo essenzialmente compiti di controllo e garanzia, non è affatto composto in base alla rappresentanza proporzionale dei territori come la Camera dei Rappresentanti; tutti gli stati, grandi e piccoli, mandano a Washington lo stesso numero di senatori: 2 per stato cioè 100 in totale: 2 la California con 40 milioni di abitanti, 2 il Delaware con meno abitanti del Comune di Milano.

Che poi le funzioni del Senato siano uno dei problemi del nostro ordinamento lo sanno anche i sassi, e da un accreditato studioso ci si aspetterebbero contributi seri su questo, più che un giochino delle tre carte che mescola concetti diversi per sostenere tesi indimostrabili.

Ovviamente non si tratta né di mancanza di conoscenza né di dimenticanze, ma solo di false argomentazione da buttare nel mucchio né più né meno come fanno i grillini.

Curiosamente, D’Alimonte non manca di individuare il vero problema, che ovviamente non può certo essere risolto dal taglio dei parlamentari e che è anzi uno dei più forti argomenti a favore del NO: “la funzionalità delle camere non dipende dal numero dei loro componenti ma dalla qualità della classe politica, dalla organizzazione dell’istituzione e dalla disponibilità di servizi tecnici efficienti” (a cui bisognerebbe aggiungere norme di funzionamento adeguate).

Benissimo, ma allora perché battersi per una falsa soluzione già sbagliata in partenza, imposta dalla classe politica qualitativamente più scarsa del dopoguerra?

Qui il nostro professorone perde un po’ la bussola uscendo dal merito della questione e anche dalla realtà: secondo lui il NO sarebbe frutto di un “voltafaccia” finalizzato a mettere in crisi il governo e tornare alle urne. Dimenticando però che tutti i partiti di opposizione, cioè quelli che avrebbero interesse a votare quanto prima, hanno sempre sostenuto, e ufficialmente ancora sostengono, il SI anche contro il sentimento prevalente della loro base. Quindi “voltafaccia” di chi?

Poi la crescita del NO sconterebbe anche la sopravvenuta svalutazione dell’antipolitica grillina e il nefasto influsso di un presunto e diffuso conservatorismo costituzionale nei confronti della cosiddetta “costituzione più bella del mondo” divenuta a suo dire intoccabile per principio. Il che però non spiega come mai l’opinione pubblica e la cultura di destra, cioè la parte che meno vi si riconosce, sia anche la più accanita nel sostenere le ragioni del NO, auspicando nel contempo una radicale rivisitazione dell’obsoleto impianto istituzionale del 1948.

Alla fine, comunque, si arriva al punto, ovviamente debolissimo: “non è questa la riforma di cui abbiamo veramente bisogno”, ammette D’Alimonte, ma rappresenta un “cambiamento che non comporta danni” (anche se non si capisce su cosa si basi una valutazione del genere), un modo per “rompere l’immobilismo” e fare una scelta tra “cambiare e non cambiare” laddove “cambiare” a qualsiasi costo e tanto per fare giustificherebbe qualsiasi conseguenza, aprioristicamente e per definizione solo positiva.

In pratica uno studioso delle istituzioni ci suggerisce di lanciare un sasso in piccionaia per vedere cosa succede, di prendere non la medicina che serve per curarsi ma un intruglio confezionato da ciarlatani senza sapere se serva a qualcosa ma nella convinzione che tanto male non possa fare. Giusto per vedere l’effetto che fa, come cantava una volta Enzo Jannacci.

Conclusione sorprendentemente banale e inconsistente da parte di un accreditato studioso della materia, a quanto pare anche lui sceso al bar dei Di Maio e dei Toninelli per fare due chiacchiere in libertà.

Se questa è la consistenza delle argomentazioni, l’assioma di Polito-D’Alimonte può essere tranquillamente ribaltato: non ci sono prove che dia vantaggi, ci sono possibilità faccia danni. Ergo…. NO!