Una destra ignorante e vile. Non trovo altro modo per aggettivare chi, sotto questa metà del cielo, si accinge a sostenere la richiesta referendaria per la riduzione del numero dei parlamentari. È la destra poveretta, che segue le scorciatoie per cumulare un consenso che sarà sempre temporaneo e sfuggente, pronto a spostarsi in un amen sul prossimo che la sparerà più grossa.
La storia – per chi la politica la capisce e la interpreta – insegna che inseguire la bestia dell’antipolitica, vellicare gli istinti belluini del popolino qualunquista, ergersi a novelli Torquemada di un mondo cui, au contraire, si dovrebbe contribuire a restituire dignità ed autorevolezza, non basta mai.
Non è bastato togliere (in sostanza) l’immunità parlamentare, consegnando di fatto ogni potere all’organo giudiziario di cui solo ora tutti percepiscono le vergogne; non è bastato abolire il finanziamento pubblico ai partiti, lasciando agio solo ai facoltosi o a chi ha modo per garantire illecita soddisfazione ai munifici finanziatori di turno; non è bastato ridurre, per 3 volte consecutive sino ad un totale del 30% la misura dell’immunità parlamentare. E non è bastato, addirittura, penalizzare il parlamentare che percepisce altri redditi di natura lavorativa, che in questo sistema perverso anziché essere ringraziato per l’impegno subisce un’ulteriore detrazione del 10% nell’immunità; né introdurre una retroattiva (e quindi incostituzionale, ma tanto – quando saranno chiamati a risponderne – i responsabili saranno già dimenticati) riduzione del vitalizio già acquisito da chi ne aveva diritto e, sapendo di potervi contare, scelse di dedicarsi totalmente alla politica abbandonando altre potenziali fonti reddituali.
Tutto questo non sfama la bestia dell’invidia sociale, del livore del cretino (soggetto numericamente preponderante, in natura); piuttosto stuzzica ed alimenta la sete di sangue di chi, spesso non avendo la capacità di scrivere una “o” con l’ausilio di un bicchiere, vuole che tutti siano abbassati al proprio livello; almeno sotto il profilo reddituale, che per quello intellettivo non hanno fortunatamente speranza di pareggiare mai alcuno.
Ed allora, piuttosto che cambiare registro e riassumere il ruolo di guida che la Costituzione gli attribuisce, il Parlamento si piega ancora, e si uccide con le sue mani.
Non stupisce che la proposta di riduzione venga dai grUllini a 5stAlle, che sono nati e proliferano solo coltivando l’ignoranza delle masse; senza quella (putrida) linfa, verrebbero meno la loro stessa ragion d’essere.
Ciò che scandalizza è che li stiano seguendo, in questa corsa alla delegittimazione di sè stessi, anche soggetti che nel centrodestra vanno per la maggiore.
La qual cosa denota due imperdonabili errori, entrambi singolarmente sufficienti a renderne mai più credibile l’appetibilità elettorale:
  1. i pentagrUlli sono in evidente crisi di appeal agli occhi dei loro stessi sostenitori; l’imbarazzante sequenza di prove di ignoranza ed inadeguatezza da parte dei vari Di Maio, Toninelli, Taverna, Dibba, Raggi, Casalino e chi più ne ha ne metta, ha aperto gli occhi anche al più becero dei tifosotti. Troppo stupidi, meschini, e spesso falsi ed imbroglioni, per rappresentare quei Robin Hood cha avevano promesso di essere. Quale migliore occasione, allora, che utilizzare il referendum per assestare loro (anche assieme a parte della sinistra, ma le battaglie referendarie così funzionano) la botta finale, ponendo fine alla politica dell’odio sociale e del pauperismo populista più ignorante? Anche perché, ammazzati (solo politicamente, ahimè) loro, lo scontro finale con la sola sinistra orfana di stampelle non potrebbe che aprire autostrade a questa parte. Non capirlo non è da Leader; ed il timore di affrontare una sfida potenzialmente impopolare lo è ancor meno. Perché, se vuoi essere un Capo, arriva il momento in cui devi sfidare la demagogia con la marcia dei 40.000 di Torino o con il referendum sulla “scala mobile”.
  2. Ridurre il numero dei parlamentari, lungi dal rappresentare un apprezzabile risparmio di costi (che, come sopra dimostrato, sarebbe comunque subito dimenticato) significa limitare la rappresentanza. E non tanto, come dicono i “tecnici”, sotto il profilo territoriale (la qual cosa è pur vera, ma è difficile che gli italiani si smuovano dal divano per salvare un seggio alla Basilicata). No, ciò che verrebbe meno è la rappresentanza delle idee, la libertà di pensiero ed espressione. In un sistema in cui il parlamentare è sempre meno retribuito, non ha garanzie sul suo futuro, e la sua elezione dipende esclusivamente dalla volontà del capo bastone di metterti o meno in lista nel posto e nella posizione giusta, è facile preconizzare che la riduzione del numero agevolerà la scelta dei leader (qui con la “elle” minuscola, per carità) di attorniarsi sempre e solo di yesmen (o yeswomen) che siano disposti a seguirli quale che sia il loro intento, foss’anche opposto a quello maliziosamente garantito agli elettori nelle piazze. E non potrebbe, di conseguenza, che continuare a scemare il livello qualitativo del corpo parlamentare, la capacità di analisi ed elaborazione, l’indipendenza e l’autonomia del pensiero e delle scelte. E volere questo, è ancora meno da Leader. È da piccoli parvenu, timorosi di confrontarsi con chi sa leggere e scrivere, ed è in grado da solo di mettere insieme il pranzo con la cena.
Per questo, per non consegnare definitivamente quel che resta delle istituzioni a 4 satrapi, con convinzione #ioVotoNO.