Dal gusto per la sfida alla tentazione di vincere facile. Forse è tutta in questa metamorfosi la parabola della destra italiana. Nata per risalire la corrente come i salmoni, oggi la segue come i pesci morti di nietzschiana memoria. Prova ne sia il referendum che tra poco meno di un mese consegnerà agli italiani una scheda elettorale con un quesito troppo scontato per essere serio: “Volete voi ridurre il numero dei parlamentari?”. La vittoria facile, appunto. Che in questo caso, però, è solo una sconfitta mascherata.
Tralasciamo pure il merito di una riforma che riforma non è quanto piuttosto la costituzionalizzazione fuori tempo massimo della “piattaforma Rousseau”, ormai ripudiata persino dai suoi inventori grillini. Non tralasciamo, invece, considerazioni che politicamente ci riguardano più da vicino. Una destra appena sedotta dal fascino dell’eresia non avrebbe esitato a schierarsi sul lato scomodo della risposta, quello del “no”. E non solo e non tanto in ossequio alla predilezione per le battaglie difficili, quanto per gettare sul piatto della bilancia l’unico monosillabo capace di interrompere la truffaldina narrazione anti-casta che da decenni inganna i cittadini e deresponsabilizza il Paese. Se vince il “sì”, infatti, ad incassare è solo il MoVimento. Per tutti gli altri, zero tituli.
Ma in tempi bastardi come gli attuali la forza dell’aria che tira è irresistibile. Passi per Berlusconi, che attende i sondaggi per decidere. È l’inventore della tv commerciale, e non può che inseguire i gusti del pubblico. Stupisce, invece, e tanto, il cortocircuito che ha fulminato Salvini e Meloni inchiodandoli ad una malintesa coerenza che sa di immobilismo e di paura. La sensazione è che preferiscano la rassicurante nicchia da comprimari del “sì” al rischio di una sfida in campo aperto su una posizione di rottura come quella del “no”. Certo, il “sì” l’hanno già pronunciato in Parlamento non una, ma quattro volte. Ma è altrettanto vero che il contesto politico è ben diverso da allora.
Tanto per cominciare M5S e Pd non consumano più solo rapporti occasionali, ma si sono coalizzati in Liguria e non è da escludere una desistenza mascherata in favore dei candidati governatori del Pd in Puglia e nelle Marche. Persino il riluttante Di Maio invoca un tavolo comune per le elezioni amministrative del 2021, quelle – per intenderci – che comprendono Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. Dovessero realmente convolare a giuste nozze, sarebbe la rivincita del bipolarismo sulle velleità terzopoliste di marca grillina. E qui viene il bello, dal momento che il ritorno della contrapposizione centrodestra-centrosinistra finisce a sua volta per rendere del tutto incongruo l’attuale tramestio intorno alla legge elettorale. Il Pd l’ha voluta di impianto proporzionale prima che scoppiasse l’amore con i Cinquestelle. Ora, se mai vedrà la luce, rischia di nascere già morta.
Basterebbero queste sommarie, banali considerazioni a consegnare ad altra epoca quei “sì” scanditi in Parlamento. Il patto di potere – Recovery Fund, riassetto Tlc e Quirinale 2022 – tra M5S e Pd ha diluito la trasversalità tipica del referendum a tutto vantaggio della sua politicizzazione. Fino a convincerci che solo una vittoria del “no” potrebbe liberare l’Italia da questo governo. Vittoria, certo, bella e impossibile. Almeno fino a quando i leader del centrodestra continueranno a pensare e ad agire da inappuntabili segretari dell’opinione dominante.