L’acceso dibattito all’assemblea dei soci della Fondazione Alleanza Nazionale (che è sembrato a volte simile a quello di un partito, con mozioni contrapposte, interventi a favore o contro, questioni pregiudiziali, scontri polemici verbali e personali) era in realtà finalizzato, al di là delle questioni di principio giuridico, dei richiami storici, addirittura delle mozioni – piuttosto strumentali, occorre dirlo – di affetto e di memoria per i Caduti della Causa Nazionale, all’appuntamento elettorale europeo fissato per la primavera del prossimo anno. Pur non essendo mai stata apertamente dichiarata e sottolineata, questa è stata la vera ragione del contendere: però è stata vista da molti solo in termini di possibilità di elezione personale.

 

Noi pensiamo invece che la questione è ben più importante dei singoli destini ed aspirazioni personali. E’ infatti indubbio che il nuovo Parlamento Europeo dovrà occuparsi di questioni molto concrete che incidono sulla vita dei cittadini europei e soprattutto di quelli italiani. L’agenda è molto densa ed importantissima, perché si tratta di discutere: la possibile rinegoziazione dei Trattati, a cominciare da quello di Maastricht che, forse volutamente, ha segnato l’inizio della cosiddetta “seconda Repubblica”; il ruolo della Banca Centrale Europea, con le proposte di maggiori emissioni di moneta e dei cosiddetti “eurobonds”; la convalida dei nuovi Commissari; la richiesta di adesione dell’Ucraina e magari anche di regioni che si potrebbero rendere autonome, dalla Scozia alla Catalogna; la ridefinizione dell’euro, soprattutto per abbassare la quotazione nei confronti del dollaro che penalizza le esportazioni europee ed italiane in particolar modo; la politica estera con particolar riferimento ai rapporti con la Russia per un partenariato “euroasiatico” e con la Cina per limitare la sua concorrenza sleale; gli aiuti alle regioni sottosviluppate, dove quelle meridionali italiane sono sempre più scartate a favore di quelle dei Paesi dell’Est europeo; la lotta alla disoccupazione, soprattutto giovanile; l’immigrazione incontrollata; la diffusione della partecipazione dei lavoratori alla gestone delle imprese sul modello tedesco; le questioni etiche, dall’omosessualità all’abolizione della distinzione genitoriale, dall’eutanasia alla cittadinanza,  e via dicendo.

 

D’altra parte, è noto che ormai la legislazione nazionale deriva per la maggior parte da quella comunitaria ed il Parlamento Europeo, pur nella limitatezza dei suoi poteri, ha comunque un ruolo importante se non altro di vigilanza e di stimolo. A tutto ciò aggiungasi il crescente sentimento di sfiducia nell’istituzione europea, per come è stata congegnata e come in concreto opera, che troverà certamente sbocco e rappresentanza nelle aule di Bruxelles e di Strasburgo.

 

Di tutto questo però non si è parlato nell’assemblea di sabato, puntando solo a veti incrociati ed alla paralisi decisionale della riunione – peraltro non riuscita – forse per timore di concorrenze elettorali.

 

Noi vorremmo fare un altro tipo di ragionamento. Da quando il Parlamento Europeo esiste, prima come designazione dei parlamenti nazionali, poi come elezione diretta dei cittadini, la Destra – rappresentata nel tempo dal MSI e da AN, poi dai suoi esponenti all’interno del PDL – ha avuto sempre una rappresentanza anche molto qualificata: ricordiamo tra tutti solo i nomi di Almirante, Romualdi, Buttafuoco, Petronio, Rauti.

 

Attualmente, analizzando le origini politiche e non la loro attuale collocazione partitica, vi sono i seguenti sette rappresentanti: Roberta Angelilli, del “Nuovo Centro Destra”; Sergio Berlato, di “Forza Italia”; Carlo Fidanza, di “Fratelli d’Italia”; Cristiana Muscardini, dei “Conservatori riformisti”; Enzo Rivellini, di “Forza Italia”; Marco Scurria, di “Fratelli d’Italia”; Salvatore Tatarella, dei “Popolari”.

 

Come ben sanno coloro che seguono le vicende politiche, allo stato delle cose è difficile scommettere sulla loro rielezione sia perché appartenenti a movimenti politici di scarso peso, sia perché presenti da moltissimi anni e quindi non ricandidabili dai partiti di appartenenza. Ora, è accettabile che, dinanzi ai grandi problemi che abbiamo esposto, la Destra non abbia alcun suo rappresentante per sostenere e difendere i propri valori, la propria concezione della vita e della politica economica e sociale?

 

Fra l’altro, occorre tener presente che a quelle elezioni, oltre al vincolo del 4%, non esiste il sistema della “coalizione” che favorisce i partiti che ne fanno parte. Da queste premesse nasce il consenso maggioritario alla mozione presentata da Ignazio La Russa e Giorgia Meloni: offrire la possibilità, ANCHE (ma non solo) mediante l’utilizzo del simbolo di “AN”, di rappresentare una continuità di azione in quell’assemblea, che si avvia a divenire fondamentale per le sorti future del nostro Continente e, soprattutto, della nostra Patria.