Mi cospargo il capo di cenere, mi batto il petto, supercontrito: sono stato per 40 anni prima docente e poi ordinario di Storia contemporaneo ed ora debbo inchinarmi alla lezione sulla situazione europea, impartita dal 59enne editorialista del “Corriere della Sera”, Goffredo Buccini, alla luce del curriculum vitae, non fornito di titolo accademico.

Il sig. Buccini detta un “commento” detta un commento intitolato: Il bivio della destra italiana: darsi un’identità europea (in un governo più ampio) o assecondare i capipopolo?”. Il qualificato cronista, dopo i tanti mesi trascorsi con le inutili (formali) omelie del presidente Mattarella, ultima quella per il cinquantenario della nascita delle regioni, ad ogni occasione in grado di dimostrare le loro inadeguatezze in settori cruciali (la tutela e la difesa del territorio), paventa “guai serissimi se la politica non si mostrerà capace di un fronte democratico [di grazia, guidato da chi?]; se, anziché cercare in Parlamento la risposta a quei disagi, qualche leader si lascerà tentare (ancora) dall’ammiccamento ai capipopolo”.

L’esperto politologo prospetta la nascita, faticosa e complessa, di una versione XXI secolo della plurivittoriosa ”armata Brancaleone”, la ben conosciuta accozzaglia di persone dalle idee spesso contrapposte, disorganizzate al massimo, condannate quindi alla massima e più deludente improduttività e alla devastante inconcludenza. Il rinomato, nella prospettiva, dopo aver onestamente parlato un recovery plan maratona e della spalmatura in un arco pluriennale del prodigioso e salvifico recovery fond, pretende, sostiene, impone ”alla nostra nazione di guelfi e ghibellini […] che chi salirà domani al potere  non sprecherà il mandato per buttare a mare tutto ciò che ha costruito il predecessore”. In termini meno alati il Buccini con fine sensibilità democratica vincola, assoggetta e piega gli eventuali detentori del potere, divenuti tali unicamente dopo una verifica del voto popolare, alle scelte di una fazione sconfessata con la bocciatura alle urne.

Continua nella ricetta, patrocinata dai partiti della maggioranza europea (popolari, socialisti e liberali), ingiungendo “due o tre riforme essenziali” e “un’idea dell’Italia fedele ai principî della nostra [sempiterna] Carta costituzionale, garanzia” per la comunità internazionale.

Il tale Buccini decreta che “qui è davvero difficile che la nostra destra, o almeno parte di essa, non si senta ad un bivio”. Il politologo stabilisce che sia nel caso di rinnovato esecutivo modello Monti che di ripetuta opposizione è “vitale”, a suo avviso, “la piena (e rinnovata) tenuta costituzionale”. In altre parole un ancoraggio tutt’altro che democratico, una immodificabilità rozzamente dogmatica. Buccini assume quindi come proprie le omelie dei due freschi “evangelisti”, uno brianzolo e l’altro palermitano.

In chiusura lo “storico” romano patrocina la tesi, singolare e contraddittoria, sostenuta dalla saggista israeliana Yael Tamir, che rimaneggia e manipola, confondendo il nazionalismo italiano lineare e limpido con il sovranismo, borioso non per nulla transalpino, estraneo, anzi addirittura antitetico alla lezione dei teorici italiani, primo fra tutti Enrico Corradini sul superamento della “questione sociale” con la “conquista” dell’idea di nazione.