S’inasprisce di ora in ora la crisi siriana e sale la pressione della comunità internazionale su Bashar al-Assad. Dopo il veto posto da Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza, la Lega Araba torna all’attacco e durante la notte l’Assemblea Generale approva una risoluzione non vincolante che chiede l’immediata cessazione della violenze da parte del regime siriano. Tuttavia, nonostante l’aggravarsi della crisi umanitaria e la condanna delle Nazioni Unite, la situazione non sembra sbloccarsi. É sul tavolo della diplomazia che continua a giocarsi la partita più importante, il cui esito incerto deriva dall’intreccio di interessi e di alleanze che si celano dietro il regime siriano.

Dopo un meeting straordinario dei Ministri degli Esteri svoltosi domenica scorsa al Cairo, i rappresentanti dei Paesi Arabi avevano sottoscritto un documento che richiedeva l’invio di caschi blu in Siria e l’inasprimento delle sanzioni economiche. Contestualmente, i leader arabi avevano annunciato la rottura di ogni relazione diplomatica con la Siria, il riconoscimento del Consiglio Nazionale Siriano e il pieno appoggio – materiale e politico – a tutte le opposizioni.

La determinazione della Lega Araba, pur premiata dal voto di stanotte, non è affatto decisiva per la risoluzione della crisi in atto. La questione deve passare inevitabilmente dal Consiglio di Sicurezza, già pronunciatosi lo scorso 4 febbraio su una risoluzione presentata dal Marcocco con 13 voti favorevoli e 2 contrari. Lo stop di Russia e Cina – certamente prevedibile in linea teorica – secondo molti era stato reso inevitabile dalla formulazione stessa della risoluzione. Il suo contenuto prevedeva, infatti, le dimissioni di Assad e il passaggio di consegne al suo vice, la formazione di un governo d’unità nazionale e la creazione di safe havens per i ribelli nella regione di Idlib (dove attualmente si concentra le maggior parte delle forze del Free Syrian Army). Nella sostanza, un cambio di regime.

Una soluzione simile non poteva di certo essere avallata da due potenze che, per evidenti ragioni di tenuta politica (prime tra tutte le spinte indipendentiste nel Caucaso e in Tibet), non hanno mai tollerato ingerenze straniere negli affari interni. Nel caso russo, poi, l’uscita di scena di Assad potrebbe portare ad ulteriori conseguenze sul piano strategico e militare. Proprio in Siria, la base navale di Tartus costituisce un vero e proprio avamposto strategico per la Russia nel Mediterraneo, garantendone la presenza militare nello scacchiere mediorientale. Lo scorso 8 gennaio una squadra navale con tanto di portaerei ha attraccato nel porto siriano ricordando quella presenza e sottolineando la forza della partnership tra Mosca e Damasco. Come se non bastasse, il ministro degli esteri russo Lavrov, insieme al capo dello spionaggio (Svr) Mikhail Fradkov ha fatto visita ad Assad il 7 febbraio.

Nel frattempo la crisi umanitaria si aggrava e non cessano le violenze contro la popolazione. Il 3 febbraio a Homs, una città di circa un milione di abitanti situata 160 km a nord di Damasco, durante la notte che ha preceduto la votazione del CdS, le truppe di Assad hanno lanciato una serie di attacchi e bombardamenti causando più di 250 morti nel giro di poche ore. Le vittime si aggiungono a quelle dei mesi scorsi per un totale di quasi 6.000 morti dall’inizio delle contestazioni al regime. Lo ha dichiarato Navi Pillay, Alto Commissario per i Diritti Umani, nel corso dell’Assemblea Generale dell’ONU del 12 febbraio, denunciando tra l’altro l’immobilità del CdS di fronte ad una situazione gravissima.

La risposta siriana è arrivata per bocca del rappresentante permanente presso l’ONU, Bashar al-Jaafari, il quale ha bollato le accuse di Pillay come prive di fondamento ed ha anzi dichiarato la presenza di gruppi terroristici armati che minacciano la sicurezza del suo paese. Le parole di Jaafari sono perfettamente in linea con la strategia comunicativa di Assad, che tenta di screditare gli oppositori ricollegandoli a gruppi terroristici o etichettandoli come semplici gruppi armati.

Eppure le dichiarazioni sfacciate dei rappresentanti siriani sembrano, per certi versi, facilitate dall’immobilismo della comunità internazionale. In altre parole, fino a quando la diplomazia non riuscirà a superare l’attuale fase di stallo, non sarà così complicato per Damasco sottrarsi alla responsabilità dei crimini contro l’opposizione e delle violenze sui civili.

L’empasse diplomatico è deducibile anche dalle dichiarazioni che hanno seguito il voto di stanotte all’Assemblea Generale. La Cina ha affermato che la risoluzione equivale ad una spropositata intromissione negli affari interni siriani. Il rappresentante russo Churkin ha affermato che la soluzione della crisi passa inevitabilmente attraverso un processo di inclusione politica guidato dagli stessi siriani. Susan Rice, ambasciatore USA presso l’ONU, parla invece di un messaggio chiaro a sostegno del popolo siriano. Già in settimana, il Ministro degli Esteri francese Juppe si era dichiarato contrario ad un intervento militare straniero che aggraverebbe la situazione mentre il britannico Hague aveva precisato che eventuali truppe di peacekeepers non dovranno essere composte da soldati occidentali.

Non sembra, d’altra parte, esserci alcuna via alternativa a quella diplomatica visto il complesso gioco di equilibri regionali e la vastità di interessi  strategici, economici e di sicurezza che confluiscono in Siria. Come ha spiegato l’Economist nel suo ultimo numero, sarebbe incauto armare i ribelli poiché si rischierebbe una militarizzazione dell’area in stile Afghanistan. É inoltre da escludere che una campagna di bombardanti aerei, simile a quella condotta dalla NATO in Libia, possa produrre gli effetti desiderati vista anche la conformazione geografica del territorio siriano. Sarebbe necessario, sempre secondo l’Economist, unire l’opposizione (attualmente il Syrian National Council e il Free Syrian Army sono due organizzazioni distinte), erodere il consenso esterno di cui gode Assad (per esempio quello russo) e permettere la creazione dei safe havens nel nordovest del paese sotto la protezione dell’esercito turco e della NATO.

La questione è aperta e la soluzione passa attraverso la mediazione degli interessi in gioco. Questo potrebbe richiedere una quantità di tempo che, vista l’emergenza umanitaria, non è disponibile. Agire in fretta significa anche evitare possibili effetti di spillover della crisi a livello regionale. Un’ipotesi che non in definitiva non conviene a nessuno.