E’ opportuno svolgere alcune considerazioni sull’ultima direzione nazionale del Partito Democratico.

Era la prima vera direzione che si riuniva dopo la sconfitta referendaria e la formazione del governo guidato da Gentiloni: ve n’era stata un’altra il 7 dicembre scorso, ma era solo formale per prendere atto delle dimissioni di Renzi, andare alle consultazioni con Mattarella e formare il nuovo governo.

Quella del 13 febbraio, invece, aveva altre caratteristiche: si doveva delineare la linea politica e congressuale futura del partito, in una situazione ormai chiara essendovi un governo in carica, una legge elettorale modificata e commentata dalla Corte Costituzionale, una posizione della Commissione dell’Unione Europea sul bilancio dell’Italia.

Vi erano quindi tutte le premesse per un dibattito sui contenuti prima che sulle modalità di gestione interna del partito: un dibattito reso ancor più necessario dalla situazione politica internazionale modificatasi dall’anno scorso, dalle problematiche sociali incombenti, dall’avanzata dei movimenti politici definiti “populisti”, dalla necessità di modifica dei Trattati europei o della loro rigida applicazione, insieme alle valutazioni od indicazioni sull’operato del governo in carica.

Invece, abbiamo assistito soprattutto da parte di Renzi e dei pochi suoi sostenitori che sono intervenuti nel dibattito (dimostrazione, quest’ultima, o della loro totale carenza di visioni politiche o dell’accettazione tacita e sottomessa delle dichiarazioni del loro segretario) solo piccole polemiche con gli oppositori, interrogativi tecnici sullo svolgimento del congresso e delle “primarie”, evasività sul governo e sull’ipotesi di elezioni anticipate rispetto alla fine naturale della legislatura.

Per la verità, alcune analisi più approfondite sono venute dagli oppositori: Bersani, Cuperlo, Emiliano, Rossi, Speranza hanno evidenziato le importanti problematiche interne ed esterne che richiedono delle risposte precise ed articolate da parte di quella che ancora si definisce “sinistra” e che è in crisi in tutt’Europa (e nel mondo, se si pensa agli Usa). Secondo loro, è poi indispensabile la ripresa di contatto con il “paese reale” ignorato per le beghe di potere e di Palazzo Chigi, con la ridefinizione delle aree sociali di riferimento: il sindacato innanzitutto, ignorato per eliminare la concertazione; i giovani disoccupati o con lavori precari vittime del “job act” che hanno votato in massa per il No al referendum; il ceto medio impoverito; il numero crescente di poveri.

Questi temi avrebbero dovuto essere al centro dell’intervento di Renzi, per delineare una linea di azione politica futura da discutere nel congresso e da far attuare al governo: ma invece niente di tutto questo, ed i richiami dell’opposizione ad un dibattito preventivo prima del rituale (manipolabile e personalizzato) delle “primarie” sono caduti nel vuoto.

La mozione finale messa ai voti dalla maggioranza renziana è poi stata la fotografia di tutto ciò. Innanzitutto, è veramente singolare il fatto che un partito, che governa il Paese, che ha addirittura il presidente del consiglio seduto sul palco, che ha la maggioranza dei parlamentari e dei ministri, non esprima formalmente un’approvazione dell’operato del governo e stimoli la sua futura attività, magari con qualche suggerimento, come se non esistesse! Ricordiamo che nell’epoca della Prima Repubblica le riunioni dei partiti di governo (DC, PSI, ecc.) iniziavano e terminavano con il sostegno formale al governo in carica. La mozione approvata si limita a fissare solo la data della prossima assemblea nazionale del partito: ma allora, che si sono riuniti a fare se non danno nessuna valutazione od indicazione? Bastava mandare una lettera di convocazione a domicilio ai componenti l’assemblea.

La mozione dell’opposizione era certamente più articolata, sia sulle tematiche che sulle conclusioni esprimendo sostegno al governo, durata della legislatura, l’opportunità di un dibattito sulle tematiche politiche, sociali ed economiche. Ma, per una singolare interpretazione data da Fassino e fatta propria dalla presidenza, essa non poteva essere messa ai voti se fosse stata approvata quella della maggioranza: la correttezza parlamentare vuole invece che le mozioni si votano tutte, qualcuna approvata qualcuna no, ma comunque restano agli atti.

Evidentemente i contenuti della seconda mozione disturbavano il clima soporifero indotto da Renzi che mette tutti i problemi sotto il tappeto, anzi neanche li vede, preoccupato solo di farsi rieleggere.

Dimostrando così che il PD è un partito ormai senz’anima, senza visione della politica e della società, senza capacità di analisi e di approfondimento. Da questo stato di cose, nascono le sue ripetute sconfitte che non è solo il referendum ma anche la perdita della Regione Liguria, la perdita dei Comuni di Roma e Torino, la perdita di tanti altri piccoli comuni da sempre amministrati dalla sinistra (come Monfalcone): perdite che aumenteranno certamente con le prossime elezioni amministrative previste per giugno. Ma, anche di questo, Renzi ed i suoi non hanno detto nulla.