Come nel 2011, ai tempi dei raid contro le forze armate libiche di Gheddafi, la Sicilia torna in prima linea. La sempre più minacciosa presenta dei miliziani dell’Isis in Libia e l’attentato a Tunisi hanno imposto un innalzamento del livello di guardia. In attesa di stabilire quale linea seguire sul piano internazionale per rispondere alla minaccia del fondamentalismo ormai attestato sull’altra sponda del Canale di Sicilia, il governo, per voce del ministro della Difesa Roberta Pinotti, ha annunciato una serie di misure necessarie a mantenere uno standard di sicurezza elevato.

 

La scelta più evidente è la trasformazione della forza navale che ha partecipato , ai primi di marzo, all’esercitazione “Mare aperto 2015” in un dispositivo chiamato a svolgere la missione “Mare sicuro”, nome mutuato dall’operazione “Strade sicure” che vede militari dell’esercito affiancare polizia e carabinieri nel controllo del territorio metropolitano. Ad annunciarlo alle Camere è stata la stessa Pinotti: “A seguito dell’aggravarsi della minaccia terroristica, resa di drammatica evidenza anche dagli eventi  in Tunisia, si è reso necessario un potenziamento del dispositivo aeronavale”.

 

Che tradotto significa un ampliamento del numero di unità navali, team di protezione marittima, aerei, elicotteri, velivoli a pilotaggio remoto e da ricognizione elettronica. Gli obiettivi della missione sono molteplici: protezione delle linee di comunicazione, dei natanti commerciali e delle piattaforme off-shore nazionali, sorveglianza delle formazioni jihadiste. Ma vediamo quali potrebbero essere i mezzi impegnati nel Canale di Sicilia in questa delicata missione. L’esercitazione “Mare aperto”, che ha dato l’impronta a “Mare sicuro”, ha coinvolto una squadra navale composta da mezzi e uomini scelti per affrontare un’ampia varietà di minacce ed esigenze. Del gruppo sicuramente la portaerei Giuseppe Garibaldi, con i suoi cacciabombardieri Harrier Av8-B e gli elicotteri capaci di supportare eventuali truppe di terra o provvedere alla difesa della flotta. La squadra navale ha visto impegnati pure tre cacciatorpediniere, il modernissimo Caio Dulio, il Durand de La Penne e il Mimbelli. due pattugliatori di squadra, l’Aviere e il Bersagliere, un sommergibile, il Prini e una nave da sbarco, la San Giorgio. Proprio quest’ultima unità, insieme alle altre “gemelle” San Marco e San Giusto, potrebbe avere un ruolo fondamentale nel caso in cui si rendesse necessaria un’azione sul terreno contro minacce terroristiche.

 

A bordo, infatti, un numero imprecisato di marò della brigata San Marco, soldati addestrati non soltanto per effettuare sbarchi e assalti dal mare, ma anche per abbordare e ispezionare natanti sospetti con i cosiddetti “team ispettivi” che hanno operato con efficacia al largo del Corno d’Africa nella missione antipirateria della Nato. Ma la punta di diamante inserita nel dispositivo è rappresentata da un’aliquota di operatori del Gruppo incursori del Comsubin. Forze speciali della Marina, note in tutto il mondo per la loro efficienza e le loro tecniche. Il loro impiego si renderebbe necessario per contrastare una minaccia ai danni delle piattaforme petrolifere o di altre strutture di interesse nazionale nell’area, in caso di azione terroristica con presa di ostaggi, oppure per colpire (come fanno quasi quotidianamente in Afghanistan) leader o gruppi ostili prima che possano portare a compimento un attentato o una minaccia.

 

Oltre al dispositivo navale, “Mare sicuro” si avvale dell’impiego di aerei da ricognizione e dei droni Predator, velivoli senza pilota capaci di registrare e inviare immagini in tempo reale agli operatori che lo guidano da remoto. Capace di svolgere la sua missione sia di giorno che di notte e con qualsiasi condizione climatica e metereologica, il drone fornisce agli analisti dell’intelligence la situazione reale sul terreno. Da Birgi sorvegliano l’orizzonte i radar del 37° Stormo, dotato di modernissimi caccia Eurofighter, ma la base, come già successo nel 2011, potrebbe accogliere i cacciaborbardieri Tornado Ids nel caso in cui si rendesse necessaria un’azione di bombardamento contro istallazioni o infrastrutture in mano ai terroristi dell’Isis.

 

Ma il ruolo centrale, in tutto questo apparato, spetta all’intelligence. I servizi di sicurezza Aisi (interno) e Aise (estero) sono a caccia di informazioni su quello che è successo a Tunisi e sui legami con i fondamentalisti libici. L’Aisi inoltre, monitora le comunità musulmane in Italia per prevenire il rischio di attentati. Il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), che vede al tavolo 007 e forze dell’ordine, è riunito in permanenza per analizzare lo stato della minaccia. Contatti costanti sono ormai stati stabiliti tra intelligence e forze di polizia di Italia e Tunisia. E’ previsto, peraltro, l’incremento degli agenti sul campo in Nordafrica. La Francia ne invierà oltre duemila, per l’Italia i numeri saranno considerevolmente più bassi.