«I miserabili davanti ad un problema si sgretolano. Non ho mai attribuito all’assassino Cesare Battisti un grande carattere. Conosco lui e i suoi complici. Nel 1982 catturai Pietro Mutti, il complice che lo fece evadere dal carcere di Frosinone. Lo presi dopo il duplice assassinio di Monteroni d’Arbia dove il terrorista Gianfranco Fornoni finì con un colpo alla testa due giovani carabinieri già feriti. Il Mutti si pentì e chiarì le responsabilità di Battisti. Che coincidono con le ammissioni attuali e quelle per cui venne condannato. Quindi non mi serviva la sua confessione per considerarlo un assassino».

A parlare è l’ex colonnello dei carabinieri Domenico Di Petrillo. Ai tempi della lotta alle Br, da lui raccontata nel libro Il Lungo Assedio (Melampo Editore), il generale Carlo Alberto Della Chiesa lo volle ai vertici del nucleo speciale incaricato di dar la caccia ai terroristi rossi. Ma prima di congedarsi «Baffo», come lo chiamavano i suoi, ha anche diretto il centro operativo della Dia di Roma e la Divisione Anti Terrorismo del Sisde. «Cesare Battisti e i suoi complici dice al Giornale – erano criminali comuni nascosti sotto una maschera politica sommaria e priva di giustificazioni ideologiche».

Lui si sentiva in guerra

«Se c’era una guerra lui ed i suoi ne approfittavano per soddisfare le proprie tasche. Le Br erano un’organizzazione strutturata, Battisti e i suoi agivano in un ambito di miseria ideologica ed intellettuale».

Ma piaceva all’intellighenzia italiana e francese

«Sì, la gauche caviar…Vorrei vederli in faccia mentre ascoltano l’intellettuale e scrittore Cesare Battisti ammettere di aver compiuto due omicidi e di averne organizzati altri Oltre a varie rapine. Gente come Piero Sansonetti deve smetterla di trincerarsi dietro i no comment. Riconoscano che Battisti è un assassino e merita solo di stare in galera. Almeno per rispetto delle vittime costrette per anni a sopportarne i sorrisini sarcastici».

Gli credeva anche la première dame Carla Bruni

«I familiari dell’ex presidente Nicolas Sarkozy potevano sicuramente avere le informazioni necessarie. L’establishment francese non ha tutelato Battisti solo mentre era in Francia, ha favorito il suo arrivo in Brasile e convinto i presidenti brasiliani Lula e Dilma Roussef a proteggerlo».

Ha avuto aiuti diretti dai servizi francesi?

«Non ho prove, mi baso sulla logica di un mestiere svolto anche in Francia per 12 anni. Al di là di ogni ragionevole dubbio è uscito da lì con documenti di comodo».

Tra i latitanti in Francia c’è Paolo Ceriani Sebregondi a cui lei dava la caccia.

«Sebregondi partecipò nel 1978 all’organizzazione dell’assassinio del procuratore di Frosinone Fedele Calvosa. Fu un omicidio e Sebregondi deve scontarlo in carcere. Un paese civile deve dimostrare che le vittime sono una cosa e i responsabili un’altra. Le vittime e i loro congiunti meritano il rispetto che si deve alla verità e la consapevolezza di vivere in un Paese che difende la gente per bene».

Per i francesi la dottrina Mitterrand fu concordata con Craxi.

«No. Mitterrand si limitò ad ufficializzarla in un incontro con Craxi. La dottrina, conosciuta come controterrorismo preventivo ed elaborata dal consigliere presidenziale Louis Joinet, non guardava solo all’Italia e non puntava solo al controllo dell’antagonismo violento di sinistra. Parigi era il terreno d’incontro per Ira, Olp e tanti altri rivoluzionari. Con il controterrorismo preventivo volevano controllare la situazione anziché subirla».

Abbiamo fatto abbastanza per riavere assassini come Battisti?

«Abbiamo fatto di tutto e di più trovando alleati negli stessi organi di sicurezza francesi che però hanno un limite nella posizione ufficiale del Paese».

Finiranno mai in galera?

«Spero che dopo questa confessione in Francia qualcuno si ravveda anche se, pure lì, sopravvivono i nostalgici. Ma auspicherei anche maggior considerazione. Per anni ci hanno riservato una presunzione vicina al razzismo. Come se da noi non vigesse lo stato di diritto».