Non bastavano i “je suis Charlie”, i gessetti colorati e altre ridicolaggini in risposta al terrorismo. Gal Gadot, l’attrice preferita dal Mossad, lanciando l’hashtag #WeAreOne ha proposto su internet un video subito definito, in gergo internettiano, “virale”: un montaggio in cui lei, Natalie Portman (un’altra hooligan) e altri volti pacioccosi della Hollywood più conformista e imbelle si alternano a cantare le strofe di “Imagine”, lo stucchevole inno mondialista di John Lennon.

Insieme a loro, il morbidissimo anchorman super-liberal Jimmy Fallon, il protagonista delle “50 Sfumature” Jamie Dornan, la cantante Sia, la volgarissima comica yiddish Sarah Silverman, Mark Ruffalo, la iper-glamour Zoe Kravitz (figlia d’un cantante che dopo vent’anni di canzoni sempre uguali si è reinventato fotografo dei vip e testimonial dello champagne).

Non bastava una canzone già terribile, sufficiente a far diventare nazista chiunque sappia distinguere fra una canzone impegnata e una raffica di banalità ipocrite, e si trovi al cospetto d’un miliardario picchiatore di donne che in falsetto blatera “volemose bene trallallà”.

“Imagine” non è soltanto una canzoncina banale. Fa parte dell’omonimo album del 1971, contenente anche “How Do You Sleep”, cinque minuti e mezzo d’insulti all’ex sodale Paul McCartney: eppure secondo Lennon, bisogna deporre ogni rancore e ostilità (“living life in peace”, “a brotherhood of man”… del resto, Lennon è stato ispiratore di personaggi violentissimi come Allen Ginsberg, Timothy Leary e Charles Manson). È un proclama socialista (due anni dopo, David Bowie in “Life On Mars?” scherzerà su Lennon/Lenin), lanciato da un collezionista di orologi Patek Philippe, che avvalendosi della simpatia debordante e del fascino magnetico della moglie Yoko Ono intratteneva i giornalisti in conferenze stampa ospitate da alberghi di lusso (si veda il “bed-in” all’Hilton di Amsterdam).

“Imagine” è brutta perché è stucchevole, perché è nichilista, perché è bugiarda.

Per una volta, un’operazione del pensiero unico non ha avuto un’accoglienza univoca. Anzi: le critiche ci sono state, numerose, e accese. Jon Caramanica, su di un colosso liberal quale il New York Times, ha scritto addirittura che il filmato è “far from ispiring”, tutt’altro che consolate, arrivando poi a definirlo come due minuti di “horribleness”.

“We are one”, è l’hashtag lanciato per accompagnare il filmato. “Non importa chi sei e da dove vieni, siamo tutti insieme”. A meno che tu sia un palestinese, o comunque un filoarabo, oppure un simpatizzante di Trump o della Le Pen o di Salvini o Boris Johnson, o peggio ancora un cristiano, o che tu sia convinto che i generi sessuali siano due. Se così fosse, nasconditi: rovini la scena, fai indignare “Vanity Fair” e “Cosmopolitan”.

Gal Gadot, l’unica che si sia data la pena di rendersi presentabile (il resto è una rassegna di volti assonnati, capelli sporchi e canottiere: il solito elogio della quotidianità, nemmeno dalle “stelle” ci si può aspettare un poco di splendore), col fiasco di questa terribile “cover”, ha almeno dato una picconata alla peggior cultura postmoderna: ha reso possibile, finalmente, dire che l’intoccabile “Imagine” di Lennon è robaccia.

Non poteva mancare l’imitazione italiana.

Una volta gli scimmiottamenti delle americanate portavano a quei piccoli tesori che ormai fanno parte del nostro immaginario nazionalpopolare (i “rocker” anni ’60, i film poliziotteschi e gli spaghetti western). Il vantaggio, allora, era la qualità del modello. Una cosa brutta come la cover corale hollywoodiana di “Imagine” non dava questa garanzia: così, la replica diffusa dalle reti Mediaset è persino più imbarazzante dell’operazione condotta dalla bella Wonder Woman israeliana. Conduttori televisivi, reduci di talent show, attori di fiction, non meglio acconciati dei loro ispiratori americani intonano, dalle faraoniche magioni che si sono pagati senza far nulla di valido, l’inno lennoniano all’abolizione della proprietà privata.

Siamo in periodo pasquale. Un appello: alla banalità lennoniana del “imagine there’s no religion”, rispondiamo con la sacralità del “Parsifal” di Richard Wagner, opera immensa che proprio alla Pasqua è dedicata.

Alla piattezza del testo e della composizione dell’ex beatle, replichiamo con il vigore del Coro dei Cavalieri e con la forza evocativa della Verwandlungsmusik, al tedio di attorucoli e personaggi televisivi senza arte né parte ribattiamo con la Redenzione del “puro folle”, il cavaliere Parsifal, “sapiente per compassione” – a differenza di questi contenitori di nulla.

Al pensiero debole lennoniano, alla piccolezza dei suoi accoliti, rispondiamo con la sacralità, con la bellezza, con la grandezza.