Da ieri la guerra in Siria è praticamente finita. Le ultime incognite, dopo la riconquista di gran parte del Paese per mano di Bashar Assad, riguardavano la provincia di Idlib, tuttora occupata da decina di migliaia di jihadisti, e i territori curdi del nord-est minacciati – dopo l’annunciato ritiro americano – da un’invasione turca.

A rimuovere la minaccia di un’offensiva contro quei miliziani dell’Ypg considerati terroristi da Ankara in quanto fedeli al Pkk di Abdullah Ocalan, ci ha pensato il Cremlino. Nonostante le bellicose promesse delle ultime settimane, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha accettato il diktat di Vladimir Putin, rinunciando ad affrontare l’esercito siriano entrato venerdì a Manbij e pronto ad affiancare le milizie dell’Ypg anche in tutti gli altri centri curdi con il procedere del ritiro americano. Un diktat messo nero su bianco ieri a Mosca durante gli incontri tra il ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, quello degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, e il capo dei servizi segreti, Hakan Fidan, con i rispettivi ministri russi. Un summit definito «assai utile» dal titolare degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, che ha spiegato come Ankara abbia accettato di lavorare nel «rispetto incondizionato della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria».

Erdogan, pronto nei prossimi giorni a incontrare Putin per sottoscrivere l’intesa, avrebbe rinunciato, insomma, a utilizzare i carri armati e qualche migliaio di ribelli siriani, trasformati in obbedienti milizie filo-turche, per occupare i territori curdi. In verità i colloqui di Mosca non sono stati altro che il riconoscimento dello scacco matto subìto da Ankara venerdì pomeriggio quando le milizie dell’Ypg hanno aperto le porte di Manbij alle truppe di Damasco accettando la sovranità e la protezione offerta da Damasco in cambio di una piena autonomia territoriale. Ovviamente le truppe di Assad, logorate da otto anni di conflitto, e le milizie curde non sarebbero bastate, da sole, a vanificare un eventuale assalto della macchina da guerra turca. Ma a rendere assai solida l’asse curdo-siriano ha contribuito l’appoggio politico e militare di un Vladimir Putin con cui è sempre meglio non tirare la corda, come Erdogan ha imparato a proprie spese dopo aver abbattuto un aereo russo nel dicembre 2015. Consapevole delle incognite innescate dal ritiro annunciato da Donald Trump, il Cremlino nei giorni scorsi non si era limitato a sollecitare un’intesa tra Damasco e i curdi, ma aveva fatto capire di essere pronto a utilizzare la propria aviazione per difendere l’integrità territoriale del Paese e bloccare eventuali interventi turchi.

L’accordo, imposto con la forza da Mosca, apre nuove prospettive anche per la soluzione del nodo di Idlib, l’ultima grande provincia siriana ancora in mano ribelli. Un nodo inestricabile fino a quando Ankara non rispetterà l’impegno assunto con Mosca di disarmare e accogliere sul proprio territorio le decine di migliaia di jihadisti ancora presenti in quei territori. Ma la tempestiva soluzione dell’incognita turco-curda dimostra soprattutto come il ritiro deciso da Trump trasformi Putin nell’unico e vero ago della bilancia di un’imminente e auspicabile pace siriana. Un epilogo alquanto sconfortante per un’America che durante la presidenza Obama aveva strenuamente difeso la necessità di far cadere Bashar Assad. Oggi, dopo otto anni di carneficine e oltre 300mila morti, Assad è ancora al suo posto, l’Isis e le milizie jihadiste, figlie di quella stessa guerra, sono ancora lontane dall’essere sconfitte, mentre Erdogan si è trasformato da alleato in imbarazzante spina nel fianco della Nato. Un epilogo reso ancor più sconfortante dal via libera di Trump a un ritiro che, oltre a sancire il ridimensionamento degli Stati Uniti, diventa anche il riconoscimento dell’egemonia russa nella regione.