Il biennio ’59-‘60 segna il momento centrale nella storia del movimento nazionale. All’indomani della vittoria di Magenta l’Italia della Restaurazione si dissolve. Duchi, granduchi e legati pontifici abbandonano di gran fretta i loro palazzi e al loro posto s’insediano governi provvisori che chiedono immediatamente protezione al regno sardo. La Francia tenta d’opporsi ma Cavour, nuovamente al governo nel gennaio 1860, convince Napoleone III giocando la carta dei plebisciti: saranno i popoli a decidere sia per l’annessione di Nizza e la Savoia alla Francia sia per l’unione dell’Italia centrale al Piemonte. Napoleone acconsente malvolentieri e l’11 marzo la Toscana e l’Emilia si pronunciano a favore del congiungimento con il Piemonte. Il 2 aprile s’inaugura a Torino il Parlamento dell’Italia Settentrionale e Centrale a cui toccherà l’amaro compito di ratificare la perdita di Nizza e la Savoia. Garibaldi, eletto deputato proprio nella sua città natia, protesta duramente e con ragione ma evita rotture radicali con il sovrano e il suo ministro. Un nuovo compito attende il condottiero.

 

L’Italia meridionale non è rimasta indifferente agli avvenimenti del 1859; a Torino un gruppo d’esuli animato dal siciliano Francesco Crispi — ostacolato da uno scettico Cavour e incoraggiato dal sovrano — predispone un piano rivoluzionario per liberare il Mezzogiorno e unirlo al regno di Vittorio Emanuele. Il momento è favorevole: morto l’anno prima l’autoritario Ferdinando II, personaggio controverso ma di sicuro carattere, al suo posto c’è ora il figlio Francesco II, giovane e indeciso, circondato da una corte d’inetti e da consiglieri inadeguati per età e intelligenza. In questa palude l’unica presenza positiva per Francesco è la moglie, la determinata e fascinosa Maria Sofia di Wittelsbach. Per di più l’isolazionismo ferdinandeo — conseguenza delle ripetute crisi con la Gran Bretagna — ha relegato il regno ai margini del consesso internazionale. Mal condotto, peggio amministrato e, ad eccezione della traballante teocrazia romana, senza più più alleati, lo Stato duosiciliano è ormai in piena crisi. Il tempo dell’azione è arrivato.

 

Nella notte del sei maggio un migliaio di volontari s’imbarcano a Quarto su due piroscafi “requisiti” per l’evenienza. La polizia piemontese sembra non vedere l’assembramento e prima dell’alba le navi scivolano lungo il Tirreno verso la Sicilia. Sulla plancia c’è Giuseppe Garibaldi. Inizia così la più straordinaria ventura del Risorgimento italiano.

 

La spedizione sbarca l’11 a Marsala e quattro giorni dopo Garibaldi, autonominatosi a Salemi “dittatore di Sicilia a nome di Vittorio Emanuele II”, sconfigge a Calatafimi l’esercito borbonico guidato dall’incapace don Francesco Landi. È una vittoria importante, riportata su un nemico, malgrado il suo generale, ancora motivato, bene armato e superiore di numero; l’esito della battaglia  galvanizza i volontari ed entusiasma i siciliani che accorrono sotto i tricolori. Il passo successivo è la conquista di Palermo, espugnata dopo tre giorni di durissimi combattimenti.

 

La liberazione del capoluogo siciliano rappresenta un importante punto di svolta: la classe dirigente politica e militare borbonica tracolla: mentre ministri, generali e ammiragli si dileguano o si lasciano corrompere dagli agenti piemontesi, Francesco nomina primo ministro l’ottantenne principe di Cassano, il quale sceglie come ministro della guerra l’ottantaduenne generale Winspeare….. 

 

Intanto giunge a Palermo il fido Giuseppe La Farina, inviato da un ormai convinto Cavour per preparare l’annessione. Garibaldi non gradisce, teme che il conte per evitare complicazioni internazionali voglia bloccarlo sull’isola ed espelle il suo plenipotenziario. Il momento è drammatico. Il sottile filo che lega Torino e i volontari rischia di spezzarsi e le flotte anglo-francesi chiudono la Sicilia. Ma improvvisamente il condottiero riceve la solidarietà da Vittorio Emanuele che confidenzialmente lo invita a ignorare ogni ordine ufficiale e a sbarcare sul continente. Intanto le diplomazie si muovono; il governo di Sua Maestà Britannica, preoccupato dall’attivismo neo napoleonico in Italia, sceglie di sostenere il Piemonte e abbandona al loro destino i mai amati Borboni. Le navi inglesi si ritirano dallo stretto di Messina e Napoleone III abbozza. I vascelli francesi si astengono da ogni azione mentre la Marina sarda veleggia lungo le coste tirreniche. Garibaldi non perde tempo e, dopo aver sbaragliato il nemico a Milazzo, il 18 agosto i garibaldini passano lo stretto e marciano su Napoli.

 

Per Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie è l’inizio della fine. In pochi giorni l’intera struttura dello stato borbonico crolla rovinosamente. I volontari raggiungono la capitale il 7 settembre accolti da una folla plaudente: Garibaldi è padrone dell’intero Mezzogiorno. Da questo momento le esigenze militari sono superate da quelle politiche. Il primo atto del dittatore è significativo: d’imperio tutte le navi da guerra borboniche vengono aggregate alla squadra navale del re d’Italia. Nasce la Marina Militare unitaria. È un gesto importante che rassicura il governo di Torino sulle intenzioni dell’antico repubblicano ma, negli stessi giorni, arriva a Napoli Mazzini che cerca di convincere l’antico discepolo a proseguire l’offensiva verso Roma. Cavour si preoccupa ma il generale, sebbene non sia un fine politico, è realista quanto basta per rifiutare.

 

A differenza del genovese, Garibaldi sa bene che la via per la Città Eterna non è sgombra: sul Volturno Francesco lo attende per la battaglia decisiva. L’ultimo dei Borbone vuole salvare — e la salverà, pur perdendo — l’onore della dinastia e dei suoi soldati. E ancora, il nizzardo ha ben presenti le implicazioni internazionali del momento, i rischi di un intervento francese e di una riscossa austriaca. Bruscamente Mazzini viene invitato a lasciare Napoli. Il pensatore ligure, ormai sconfitto, passerà gli ultimi anni a polemizzare contro Marx e i suoi seguaci.

 

Intanto i piemontesi finalmente si muovono, le truppe regie entrano nelle Marche e battono i papalini a Castelfildardo, prendono Ancona e l’Umbria e scendono verso Napoli. Ad inizio ottobre i garibaldini sconfiggono con fatica i soldati di Francesco II che, rifiutata la resa, si asserraglia con la coraggiosa moglie a Gaeta per un’ultima ostinata quanto valorosa resistenza. Il 26 ottobre Vittorio incontra a Teano Garibaldi che li rimette l’incarico di dittatore chiedendo per sé la luogotenenza dell’Italia meridionale e l’incorporazione dei garibaldini nell’esercito regio. Il Savoia oppone un duplice rifiuto e liquida l’uomo che li ha donato un regno con frasi di circostanza e qualche banalità. Il condottiero subisce l’offesa e s’imbarca, con poco entusiasmo e molti rancori, per Caprera. L’epopea dei Mille è finita, l’Italia unita è finalmente una realtà.

 

 

 

IL REGNO D’ITALIA

 

 

 

Il 17 marzo 1861 i deputati proclamano “per grazia di Dio e volontà della Nazione” Vittorio Emanuele II re d’Italia. Quel giorno una fase storica si conclude ma un nuovo pesantissimo compito attende i governanti del giovane regno: costruire una Nazione, uno Stato. Una Comunità di destino. Sarà un cammino difficile, irto di difficoltà. Il 26 giugno muore improvvisamente Cavour, il sapiente tessitore dell’unità nazionale. È una perdita terribile ma bisogna andare avanti. Vittorio n’è consapevole e nel ricordare il suo ministro avverte «La morte del conte Cavour è un fatto grave e grandemente da me sentito, ma tale luttuoso evento non ci arresterà un istante sul cammino della nostra vita politica. Gravi prove ci sono ancora riservate, ma se Dio mi dà la vita, le percorreremo impavidi e incolumi.».

 

Il sovrano per primo è conscio delle sfide che attendono l’ancor fragile unità. La fusione, audace quanto rapida, ha generato inevitabilmente enormi problemi politici, economici e amministrativi. In un biennio, trentacinque anni dopo il Congresso di Vienna, tutto è cambiato. Sepolti i fossili del feudalesimo — ma anche frontiere, monete, dazi, istituti che dividevano, e talvolta proteggevano, economie chiuse —, vi è ora un paese di 26 milioni d’abitanti, con poche risorse e disomogeneo. Per di più il personale politico unitario, orfano di Cavour, non sempre si rivela all’altezza. Drammaticamente, come sottolinea Gioacchino Volpe si scopre che «la classe dirigente italiana del suo tempo viveva troppo nell’astrazione e poco conosceva veramente il suo paese», un paese che si scopriva ogni giorno di più debole e arretrato e, in particolare nelle nuove province meridionali, terribilmente povero. Come evidenziano le statistiche, in Italia è scarsa l’industria, quasi esclusivamente concentrata in Piemonte, Liguria e in Lombardia (l’85 per cento del totale), precarie e mal distribuite le infrastrutture, soprattutto le ferrovie, altissimo l’analfabetismo (attorno al 74 per cento) che, mentre in Piemonte e in Lombardia era attestato al 52-53 per cento, in Sicilia e in Sardegna raggiungeva il 90 per cento. L’arretratezza dell’Italia, sebbene non incolmabile, in confronto alle nazioni industrializzate si rivela terribilmente pesante: sarà necessario più di un decennio — contraddistinto da importanti opere infrastrutturali ferroviarie e portuali e dall’azione di risanamento, impopolare ma obbligata, del ministro Quintino Sella — prima di rilevare i primi segnali di crescita e sviluppo.

 

Anche lo scenario internazionale resta cupo e i confini precari. A Roma regna ancora Pio IX, protetto dalle armi di Napoleone III, e il Triveneto rimane austriaco. Soltanto la Gran Bretagna riconosce, insieme alla Svizzera, immediatamente il giovane regno, la Francia esita (attenderà il 15 giugno), Russia e Prussia aspetteranno più di un anno, la Spagna quattro e l’Austria lo negherà sino al 1866. In più, la tragedia del brigantaggio — un’esplosiva sintesi tra ribellismo contadino, legittimismo borbonico e criminalità endemica — incendia il Mezzogiorno. All’indomani dell’Unità la vita del «nuovo stato appare precaria a tal punto che alcuni moderati piemontesi, tra cui Massimo D’Azeglio, cominceranno a porre la questione “del tenere Napoli o non tenerla”, cioè di lasciare le regioni meridionali al loro destino. Ben presto si diffonde in Europa l’aspettativa che il giovane regno possa sfasciarsi. Lo stesso Napoleone III sembra convinto della necessità di una diversa organizzazione continuando a considerare opportuna la divisione del paese secondo lo schema concordato a Plombiers» (G. Mammarella e P. Cacace, La politica estera dell’Italia, Bari 2010). Paventando un collasso interno, il governo preferisce affidare ai generali la repressione dell’insorgenza meridionale piuttosto che affrontare i problemi politici e sociali del fenomeno. Tra il 1861 e il 1865 l’esercito si ritrova, suo malgrado, impegnato ad affrontare un’emergenza che rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra civile. All’efferatezza dei briganti i soldati oppongono i metodi durissimi d’ogni esercito del tempo e lentamente il fenomeno si spegne. Le cause profonde non vengono però risolte e la questione del Mezzogiorno — aggravata dalla tragedia dell’emigrazione — rimane drammaticamente aperta.

 

Come dimostra la crisi meridionale la rapida unificazione del Paese non sempre si traduce in unità e anche le Forze Armate pagano i costi di un processo complesso. I due principali nuclei militari (quello sardo-piemontese e quello borbonico) hanno difficoltà a fondersi in uno strumento nuovo e la Terza guerra d’indipendenza sottolinea impietosamente i ritardi e le incomprensioni che affligono sia l’esercito che la marina unitaria. Nel 1866, alleata con la Prussia bismarkiana, l’Italia scende nuovamente in campo contro l’Austria, ma la preparazione è affrettata, manca l’unità di comando e l’esercito è diviso in due tronconi: il principale sul Mincio, comandato da Alfonso La Marmora, fratello del ben più brillante Alessandro caduto in Crimea, l’altro sul basso Po, guidato da Enrico Cialdini. A Garibaldi e ai suoi volontari è affidato un teatro minore.

 

Come nel ’48 lo Stato Maggiore sottovaluta l’importanza dei corpi franchi. Gli austriaci sorprendono le divisioni di La Marmora a Custoza e le battono duramente, Cialdini deve interrompere la sua offensiva e ritirasi sino a Modena. Le incomprensioni tra i due generali si susseguono e, sebbene gli asburgici si ritirino per fortificare il fronte prussiano, si perde l’occasione per scatenare una controffensiva. Gli eventi intanto premono: il 3 luglio l’armata prussiana sbaraglia gli austriaci a Sadowa e s’inizia a discutere di pace; al governo sabaudo necessita assolutamente una vittoria da portare al tavolo delle trattative. Si ordina così alla flotta una sortita in Adriatico e l’occupazione della base austriaca di Lissa. L’azione si conclude con un disastro. Nelle acque dalmate l’ammiraglio Persano si scontra il 20 luglio con la squadra di Wilhem von Tegetthof, e l’audace austriaco, sebbene inferiore di numero, sconfigge in poche ore la flotta italiana. Ma in quella terribile giornata, assieme alla meritata vittoria di Tegetthoff, si consuma uno scontro fratricida tra la marineria adriatica e quella tirrenica. Mentre la nave ammiraglia “Re d’Italia” affonda, portando con sé 318 marinai, dalle tolde nemiche si leva potente il grido “viva San Marco”. Non è una beffa: gli equipaggi asburgici sono istro-veneti — sui pennoni, ai timoni e ai cannoni vi sono genti di Venezia, Trieste, Istria e Dalmazia — e la lingua a bordo è il veneto. Lissa è una tragedia tutta italiana.

 

A salvare l’onore delle armi nazionali è ancora una volta Garibaldi che sconfigge il 21 gli austriaci a Bezzecca e si porta alle porte di Trento. In pochi giorni potrebbe arrivare al Brennero. Ma la guerra volge al termine, Austria e Prussia firmano un armistizio e l’Italia è obbligata ad interrompere le ostilità. All’eroe vittorioso si ordina di sgomberare il Trentino. Garibaldi capisce e telegrafa “obbedisco”. Concluso — con molte amarezze — il conflitto e acquisiti il Veneto e il Friuli occidentale, rimane aperta la “questione romana”.

 

Lo Stato pontificio, sebbene ridotto al solo Lazio, resta sotto la protezione francese; annetterlo con la forza significa per l’Italia unitaria scontrarsi con Napoleone III. Garibaldi non si rassegna e — con la tacita approvazione del governo nel novembre 1867 — guida un’incursione confidando in un’insurrezione popolare. Ma il popolo di Roma non si muove e a Mentana le truppe francesi e papaline costringono i volontari a ripiegare. Bisogna attendere il 1870 e la disfatta dei francesi nella guerra con la Prussia e il crollo del regime bonapartista. Dopo il ritiro delle ultime truppe francesi, il 20 settembre i bersaglieri irrompono nella breccia di Porta Pia e pongono fine al potere del Papa Re. Roma è capitale. L’Italia può finalmente iniziare il suo lungo e contradditorio percorso verso la modernità.

Da “Il Milanese e l’Unità d’Italia” di Marco Valle,  Touring Club Editore, 2011