«Ci opporremo ad ogni proposta della Commissione Europea di introdurre quote non volontarie». «Le persone raccolte nel Mediterraneo vanno riportate in Africa».

I due secchi diktat pronunciati ieri dal ministro degli interni inglese Theresa May sono la prova dell’ennesima fregatura inflittaci dall’Europa con la complicità del nostro governo e della compatriota Federica Mogherini. Le dichiarazioni della May non sono, infatti, una stizzita reazione al nuovo piano di quote deciso dalla Commissione, ma una dichiarazione d’intenti legittima e concordata che l’Unione Europea non può in alcun modo sanzionare e contrastare. E che finirà con il far collassare l’intero piano quote non appena i paesi dell’ Est Europa e quelli Baltici pretenderanno gli stessi privilegi concessi a Londra, Dublino e Copenaghen.

A quel punto i profughi dovremo spartirceli con Francia e Germania coautori assieme a noi della sgangherata agenda quote. Ma solo se Parigi e Berlino saranno disponibili a rispettare- nel nome del buon cuore – gli accordi che Bruxelles non riuscirà ad imporre a nessun altro.

Per comprendere la legittimità, ma anche la pericolosità, della posizione inglese bisogna partire dal Trattato di Dublino, ovvero dall’accordo in base alla quale l’Italia è costretta ad accollarsi tutti profughi ripescati dalle proprie navi nel Mediterraneo. Conoscendo l’indisponibilità di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca, e di gran parte dei paesi dell’Europa Orientale, a farsi carico di nuovi richiedenti asilo la Commissione Ue si è ben guardata dall’avviare una modifica di quel Trattato. Anzi, prima di mettere a punto le nuove disposizioni sulle ripartizioni si è addirittura premurata di offrire una via d’uscita legale ai paesi pronti a rifiutarci qualsiasi solidarietà nel nome di Dublino. Nel buro-linguaggio di Bruxelles la via dell’ egoismo è stata battezzata «opt out» ovvero «opzione fuori». Ma per renderne meno imbarazzante l’adesione è stato deciso di applicarla all’incontrario. Grazie ad uno stupefacente accordo preventivo discusso con la Commissione di Bruxelles la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Danimarca, non dovranno neppure comunicarci la mancata adesione alla nuova agenda di quote europee. E questo perché fino a quando il Trattato di Dublino continua a rappresentare la norma gli euro-egoisti continuano ad essere dalla parte del giusto e possono quindi fregarsene dell’Italia e di tutti gli altri paesi effetti da insana compassione umana. Nel caso di un’improbabile crisi di coscienza, o di un indicibile senso di colpa, potranno sempre alzare la manina ed esercitare l’ «opt in» accogliendo un numero di disgraziati a piacimento.

Ovviamente non succederà mai, ma a Bruxelles l’ipocrisia è sempre la regola. Quel che invece avverrà immancabilmente sarà la rivolta dei paesi dell’Europa Orientale. Polonia, Slovacchia, e Repubblica Ceca, oltre che Lituania Estonia e Lettonia, sono già pronti a rifiutare le quote fissate dal Bruxelles pretendendo di beneficiare delle stesse opzioni offerte a Londra, Dublino e Copenaghen. Pretesa scandalosa visto che l’anno scorso Repubblica Ceca e Slovacchia hanno concesso asilo rispettivamente a 765 e 175 migranti a fronte dei 247mila della Germania e dei 64mila dell’Italia.

L’egoismo più paradossale è però quello di Varsavia. Il milione e passa di polacchi trasferitisi in Inghilterra – senza contare bulgari e rumeni- in virtù delle leggi europee sulla libera circolazione è infatti all’origine dell’insofferenza britannica verso qualsiasi ipotesi di accoglienza obbligatoria. Ma questa è l’Europa e le nuove disposizioni sulle quote dei migranti ne sono il frutto. Il frutto malato di un coacervo di nazioni che affronta le emergenze con i tempi e le capacità reattiva di una burocrazia agiata e senescente. Forse per questo più che a Bruxelles bisogna guardare a Londra dove per antica tradizione i problemi non vengono aggirati, ma affrontati. E dove davanti ad un’ondata migratoria ormai ingestibile si mandano le navi a salvare i migranti a condizione che subito dopo – come precisa Theresa May – vengano riaccompagnati verso le stesse sponde africane da cui sono salpati.

 

 

Gian Micalessin, Il Giornale 14 maggio 2015