Pinuccio Tatarella se ne andò troppo presto lasciando i suoi affetti, il suo mondo politico e l’Italia orfani della sua straordinaria intelligenza, della lungimiranza di cui era dotato, della civile passione che lo divorava letteralmente. Era l’8 febbraio 1999. Da allora la politica, non soltanto della Destra, non sarebbe stata più la stessa. Rimpiangerlo è nobile, ma se dovesse diventare – come temiamo – un puro esercizio sentimentale, l’anniversario potrebbe tranquillamente passare sotto silenzio. E invece è bene che sia addirittura fragoroso, ancorché composto, auspicabilmente mirato, come sembra di capire dalle prime iniziative programmate per ricordarlo, a restituirlo alla comunità politica nazionale (e dunque non soltanto alla sua, a quella di appartenenza) con il vigore delle sue idee e le prospettive che s’interruppero quell’infernale, gelida mattina di febbraio in un ospedale di Torino.

Potrebbe sembrare azzardato, intellettualmente rischioso riproporre di questi tempi le idee di Tatarella, ma non è così. È proprio nella desertificazione del presente che esse ci afferrano costringendoci a meditare non soltanto (sarebbe oltremodo sterile) su quel che poteva essere e non è stato, ma anche e soprattutto a seminarle per quanto disperando che possano realisticamente fruttificare.

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Ed è questo sostanzialmente lo scopo del libro Pinuccio Tatarella. Passione e intelligenza al servizio dell’Italia (Giubilei Regnani, pp. 231, € 20,00) che raccoglie autorevoli testimonianze che, come tasselli di un mosaico, offrono non soltanto una memoria, ma inducono anche ad interrogarci sul politico e sull’uomo che, in tempi non certo facili, immaginò una “Destra protagonista” al centro di un quadro di riferimenti politici completamente mutato rispetto a quello che era stato nei precedenti decenni della vita repubblicana. Come scrive Luciano Violante, che gli fu avversario ed amico (era possibile a quel tempo, quando la politica era un’altra cosa rispetto all’odierna sguaiata esibizione di parole senza idee…), “Tatarella ci ha insegnato la differenza tra morire e finire. Grazie alla sua personalità generosa e alla sua frenetica attività politica a distanza di tanti anni molti ancora lo ricordano e la politica a lui fa sempre costante riferimento. Ecco perché Tatarella è morto, ma non è finito”. Muore, infatti, nelle menti e nei cuori dei sopravvissuti, chi ha operato nel vuoto o non ha dato prove d’ingegno che valgano a tenerlo vivo. Non “finì” Tatarella vent’anni fa, e ci ostiniamo a credere che continui ad essere riferimento vitale oggi tra i marosi di una politica che con difficoltà cerca di dare un senso a se stessa. E chissà se mai lo troverà.

Il “padre nobile” di una Destra che aveva visto i suoi “padri storici” andarsene uno dopo l’altro, si caricò sulle spalle il fardello di una Destra che voleva e doveva uscire dalla minorità e s’ingegnò in un progetto che soltanto gli immemori, gli ingenerosi o i pressappochisti possono definire fallimentare, a prescindere dagli esiti che non inficiano la bontà dell’intuizione. Era un progetto quello che portava il nome di Alleanza nazionale (coniato da Domenico Fisichella, il maggiore studioso italiano, tra l’altro, del totalitarismo che “ispirò” in qualche modo lo stesso Tatarella ad una riflessione che poi, insieme con tanti altri, li avrebbe portati lontano) indubbiamente decisivo ai fini della riforma della politica nel nostro Paese. E di questo, a vario titolo, ed in una certa misura convergenti nel giudizio, gli danno atto gli autori del libro che lo celebra.

Eccoli: Galeazzo Bignami, Italo Bocchino, Pietrangelo Buttafuoco, Alessandro Campi, Domenico Crocco, Massimo D’Alema, Marcello De Angelis, Michele Emiliano, Vittorio Feltri, Stefano Folli, Maurizio Gasparri, Francesco Giubilei, Ignazio La Russa, Gianni Letta, Gennaro Malgieri, Roberto Maroni, Giorgia Meloni, Salvatore Merlo, Paolo Messa, Nello Musumeci, Corrado Ocone, Giuseppe Parlato, Antonio Polito, Gaetano Quagliariello, Gianpaolo Rossi, Matteo Salvini, Gennaro Sangiuliano, Vittorio Sgarbi, Antonio Tajani, Fabrizio Tatarella, Adolfo Urso, Giuseppe Valditara, Giuseppe Valentino, Marcello Veneziani, Francesco Verderami ed il già citato Luciano Violante.

Pinuccio Tatarella viene quasi affettuosamente “sezionato” nei vari aspetti del suo pensiero e del suo carattere. A lui non si rende soltanto l’omaggio doveroso, ma se ne citano le qualità come esemplari aspetti di un uomo integralmente politico. E, lette le testimonianze, ancora una volta ci si chiede è, avendone conosciuto le asperità caratteriali dovute alle sue forti convinzioni, come un uomo del genere possa essere stato addirittura definito “ministro dell’Armonia”. Eppure non v’è dubbio che Tatarella se lo sia guadagnato l’appellativo che pubblicamente gli faceva arricciare il naso, ma in privato se ne compiaceva, e può dirlo chi lo ha conosciuto e frequentato.

Egli, infatti, agiva per far convergere intorno ad un interesse reale le contrapposte posizioni. Queste caratteristiche le doveva ad una concezione della politica come conciliazione degli opposti alla quale in tanti contrappongono, purtroppo, una tendenza “muscolare”, quasi che le scelte e le decisioni riguardanti la comunità debbano dividere piuttosto che unire.

Certo, gli piaceva vincere, ma non a costo di umiliare gli avversari, un po’ per l’innata umanità che lo proteggeva dall’arroganza; un po’ per l’intelligenza che gli faceva riconoscere il limite che non poteva valicare. E da politico raffinato qual era cercava, quindi, di prevalere con l’intelligenza, esercitando l’arte della persuasione. Si reputava un elemento di equilibrio in stridente contrasto con la sua esuberante personalità che, senza nessun riguardo ai ruoli che rivestiva, esprimeva in maniera spontanea, assolutamente fuori dai canoni della cosiddetta rispettabilità borghese. Pinuccio era un ragazzo di sessant’anni, insomma, che viveva la sua stagione tra entusiasmi e malinconie, con il cuore incline alle passioni e la mente aperta a recepire tutto ciò che di culturalmente attraente gli capitava a tiro. Fedele alle amicizie, lo irritavano i tradimenti. E la superficialità, le adulazioni, le meschinità lo deprimevano.

Un uomo così ha fatto il consigliere comunale e regionale, l’assessore e il deputato, il capogruppo ed il direttore di giornali, il ministro ed il vice-presidente del Consiglio; è stato il traghettatore di un partito nobile, ma un po’ invecchiato, verso lidi che forse nessuno di noi osava immaginare; ha pensato la Destra di governo quando tutto faceva presagire il contrario; ha tessuto alleanze che sembravano impossibili ed ha tenuto viva, anche in momenti difficili per la sua parte, una certa idea della politica legata alla capacità di farsi progetto, invenzione. Tatarella, infatti, non ha mai smesso di richiamare il suo mondo ad un impegno fattivo tra la gente anche quando tutto congiurava per spingere la “sua” Destra ai margini del sistema e della considerazione dell’opinione pubblica. Questa forza, nei momenti più drammatici, l’ha trasmessa a chi gli stava vicino.

Non sbiadiscono, almeno per chi scrive, le immagini di quei giorni di fine ’93 quando cominciò a nascere il partito nuovo, quello che sarebbe stato, appunto, Alleanza nazionale. L’attivismo di Pinuccio era febbrile; l’aria politica si andava arricchendo di odori nuovi; le parole che si coglievano erano nel senso di novità ancora imprecisate. Riunioni su riunioni, pensieri e parole che si confusero nei mesi successivi con emozioni e passioni. Tatarella era dappertutto. E noi con difficoltà riuscivamo a stargli dietro: il presidenzialismo, grande assillo della sua vita, lo portava ovunque c’era gente disposta ad ascoltarlo. Fece anche un giornale: “Repubblica presidenziale”, tanto per evitare gli equivoci. La nuova Destra che andava prendendo forma assomigliava molto alle idee di Tatarella. E, certamente, ancor più sarebbe stata a lui affine se soltanto avesse avuto il tempo di reinventarla come “motore” del cambiamento del sistema.

Coerente con la sua visione dei mutamenti politici le idee, Tatarella riteneva che sbarazzarsi del vecchiume senza gettare via la spiritualità che aveva motivato intere generazioni nel darsi alla politica era la sola possibilità che la Destra avesse per contribuire a realizzare scenari sui quali proiettare modelli organizzativi e sperimentare innovazioni. Per quanto non lo desse a vedere in maniera plateale, a chi gli stava più vicino non sfuggiva, insomma, che la politica delle idee era il suo “gioco” preferito. Lo annoiavano mortalmente le discussioni attorno alla politica politicante, alle tattiche prive di strategia, al piccolo cabotaggio. E a tutto questo, quando non vi si poteva sottrarre, si dedicava con la gioiosa attitudine di chi si applica, con intelligenza e caparbietà, a raggiungere scopi immediati sapendo che questi non avrebbero comunque appagato la sua avidità di comprendere ed in qualche nodo di tentare percorsi inediti.

La politica era davvero una “guerra” di idee e lui voluttuosamente vi si immergeva assumendo iniziative e coltivando un orto di vivaci e giovani intelligenze sulle quali poteva fare affidamento ogni qualvolta riteneva che la politichetta di partito non bastava più. Ma “giocando” con le idee, gli capitò di innamorarsi e diffondere il “contagio” anche negli ambienti a lui contigui, per il pensiero di don Luigi Sturzo e per la figura di Giuseppe Di Vittorio. Se al grande sindacalista comunista aveva sempre guardato con ammirazione perché suo compaesano, ma anche perché aveva militato nelle file del sindacalismo rivoluzionario di Filippo Corridoni ed era stato fautore dell’intervento nella prima guerra mondiale, fedele alla lezione di Georges Sorel, al sacerdote di Caltagirone si avvicinò affascinato dalle intuizioni di questi in merito alla crisi dei sistemi rappresentativi ed alle loro degenerazioni partitocratiche denunciate con grande coraggio intellettuale e politico agli inizi degli anni Cinquanta: lo stesso coraggio testimoniato nell’opporsi al fascismo fino a costringerlo all’esilio.

Amava le idee e s’innamorava delle eresie. Per questo fondò incessantemente giornali, riviste e circoli. “Repubblica presidenziale”, per citare l’iniziativa tatarelliana a me più cara, rilanciò, sull’onda di una straordinaria attenzione non soltanto tra i politici, ma nella più vasta opinione pubblica, nel 1990 la tematica presidenzialista.

Tatarella spiegava che “Il presidenzialismo nasce da destra e deve portare a destra il quadro politico italiano: De Gaulle passa alla storia politica d’Europa perché è un uomo di destra che introduce il presidenzialismo svuotando il centro democristiano francese e riducendo la lotta politica alla destra e alla sinistra”. In questi accenti si colgono i segni di quella sua adesione all’introduzione del maggioritario nel sistema elettorale italiano che spiazzò anche la sua parte politica arroccata nella difesa di un proporzionalismo miope che l’avrebbe condannata alla marginalità. Per fortuna le cose andarono diversamente.

Sul primo numero di quel giornale, proponeva “un’alleanza per il presidenzialismo, una alleanza su un grande tema interpartitico, movimentista, trasversale”. Verrebbe da dire: quanto attuale risulta oggi quella proposta, ma quanto poco praticabile visto il livello del dibattito politico in corso.

Su “Repubblica presidenziale”, tra l’altro, Tatarella rilanciò i temi della democrazia diretta con efficacia persuasiva, contribuendo ad avvicinare tanti a quella che per lui era una battaglia di principio. Su “Puglia tradizione”, altra pubblicazione che merita di essere ricordata, raccolse il meglio di una cultura meridionale che si voleva di retroguardia e che invece era viva e ricca di spunti modernissimi. Sulla rivista “Centrodestra”, invece, si esercitò in quella che possiamo definire una sorta di “profezia”, vale a dire la prefigurazione di un movimento capace di andare “oltre il Polo” che voleva dire sostanzialmente, “allargare la coalizione di centrodestra ai soggetti che, pur non volendo la vittoria della sinistra, non sono ancora impegnati con i partiti ed i movimenti che oggi compongono lo schieramento moderato”. Tatarella era convinto che ci fosse “uno spazio aperto, diffuso, indeciso, moderato, che non emerge, non si esprime, non si schiera apertamente e che finora non ha ritenuto opportuno schierarsi con nessuna delle forze del Polo: questo mondo sommerso deve diventare soggetto visibile ora che la coalizione di centrosinistra è diventata di sinistra-centro con il congresso egemone del Pds”. Parole del 1995. Parole di oggi.

Ma per andare “Oltre il Polo”, una rivista, dei circoli, l’attivismo di molti generosi non bastava. Ci voleva un giornale. Temerario, Tatarella lo era abbastanza per non privarsi del piacere di sfidare se stesso. E così il 12 ottobre del 1996, dopo lunghe e defatiganti trattative e ricerche di risorse economiche, riportò nelle edicole il quotidiano “Roma”, il più antico giornale del Mezzogiorno, la tribuna di Achille Lauro e di Alberto Giovannini: voleva farne il giornale del Sud, dotandolo allo stesso tempo di grandi ambizioni politiche con l’attuazione, in termini giornalistici, di “quel bipolarismo che in termini politici è ancora imperfetto”.

Nello stesso periodo, Tatarella si tolse lo “sfizio” di inventare un’altra rivista: la chiamò “Millennio” ed avrebbe dovuto avere il compito di rappresentare il moderno movimento delle idee che si andava dispiegando in Occidente. La vita fu breve. Come quella del suo animatore.