Chiariamolo subito. I galantuomini in Libia son assai pochi. E i sinceri democratici ancor meno. In compenso i nostri interessi strategici son sempre lì. E rinunciarvi non è possibile. Per noi l’ex colonia era e resta un paese chiave. Lo è nonostante gli scontri tra milizie laiche e islamiste che in due settimane hanno fatto oltre 150 morti a Tripoli e Bengasi. Lo è nonostante la follia di una battaglia combattuta intorno ai depositi di carburante dell’aeroporto dove sono immagazzinati oltre sei milioni di benzina. Depositi che bruciano da giorni e rischiano di esplodere cancellando migliaia di vite. Nonostante questa follia l’Italia non può restare a guardare. Deve saper dire se preferisce un ex-colonia governata dal fanatismo islamico o da un gruppo di signori certamente non liberali, ma almeno non pretestuosamente anti occidentali.

Con Gheddafi, in fondo, non andava troppo male. Allora l’Eni pompava 280mila barili di petrolio al giorno, dalla Libia arrivava il 12 per cento del gas consumato in Italia. E sull’asse Roma-Tripoli fiorivano i contratti per oltre 600 milioni rimasti insoluti alla caduta del raìs. Ma non è solo questione di affari. Negli ultimi sette mesi il combinato (mal) disposto di un’ex colonia trascinata nel caos dagli scontri tra milizie e l’inazione di una Farnesina incapace di una politica «libica» ci hanno regalato 65mila migranti. Quei 65mila sono solo la schiuma del ben più vasto tsunami creato dalle organizzazioni jihadiste che gestiscono i traffici di droga e armi attraverso il controllo di vaste aree ai confini con Algeria, Niger, Ciad e Sudan. Dalla seconda metà del 2013 quelle stesse organizzazioni hanno messo le mani anche sul contrabbando di umani incanalando masse sempre più consistenti attraverso le zone sotto il loro controllo. Grazie alla regia di queste transumanze i gruppi jihadisti potrebbero aver infiltrato decine o centinaia di terroristi tra i 65mila disgraziati arrivati sulle nostre coste. Per questo l’Italia ha, oggi, il dovere di turarsi il naso e scegliere le fazioni meno dannose e meno pericolose.

Khalifa Belqasim Heftar, l’ex generale anti gheddafiano legato un tempo alla Cia e oggi all’Arabia Saudita e all’Egitto del Generale Sissi non è un raffinato intellettuale, né un sincero liberale, ma combatte le milizie islamiche che stanno trasformando la Cirenaica in qualcosa di molto simile a quei territori iracheni caduti sotto l’egida jihadista a causa dell’inazione occidentale. Meglio lui, alla fin dei conti, che le milizie islamiste odiate dalla maggioranza della pur religiosa popolazione della Cirenaica. Le rudi e bellicose bande di Zintan, diventate ricche e potenti grazie ai saccheggi delle casseforti e degli arsenali di Gheddafi dell’agosto 2011, non sono sicuramente degli esempi di ordine e disciplina. Né di democrazia. Ma in Tripolitania sono meno odiate dei Fratelli Musulmani accusati di essersi impadroniti del paese alterando i risultati elettorali del 2012, ricattando i componenti del Congresso e spartendosi, con il sostegno del Qatar, le ricchezze libiche. E se gli abitanti di Tripoli non amano i «barbari» di Zintan di certo li preferiscono a quei miliziani di Misurata accusati non solo di essersi alleati con gli islamisti, ma anche di aver commesso massacri nelle strade della capitale.

Ma se il generale Heftar e i «barbari» di Zintan sono un po’ troppo per il palato italiano almeno non dimentichiamoci di un signore chiamato Mahmoud Jibril. Negli ultimi anni dell’era Gheddafi cercò di rimettere in piedi l’economia, poi quando la nave incominciò ad affondare si trasferì a Bengasi diventando il primo ministro ad interim del governo provvisorio. Nel 2012 ha guidato l’Alleanza delle Forze Nazionali, il gruppo laico vincitore delle prime elezioni. A fine giugno ha bissato il successo in un’elezione per il rinnovo del Congresso inficiata da una bassissima partecipazione. Oggi si dice sia l’eminenza grigia capace di governare Heftar e le fazioni in lotta contro gli islamisti. E visto che molti dei suoi uomini di punta intrattengono ottimi rapporti con l’Italia sarebbe forse utile approfittarne. Prima che sia troppo tardi.

 

Il Giornale, 30 luglio 2014