Tutti per e contro tutti in Libia. La diplomazia internazionale brancola nel buio. PiĂą che arduo l’obiettivo della missione europea che a breve dovrebbe approdare nel paese nordafricano per tentare di ottenere un cessate il fuoco e la ripresa dei colloqui tra le due fazioni in conflitto, il governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite del premier Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar. La Farnesina e l’imbarazzante ministro degli Esteri Luigi Di Maio continuano a propiziare l’impegno europeo, che resta in programma e che dovrebbe essere guidato dall’Alto rappresentante Joseph Borrell e dai ministri degli Esteri d’Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia.

Bruxelles per ora tace. “La situazione in completa evoluzione su diversi fronti, dalla Libia all’Iran e all’Iraq, dichiarano fonti europee, non permette per il momento di fare nessuna programmazione sull’agenda dei prossimi giorni di Borrel”. In pratica tutto resta ancora nello status quo in attesa degli eventi. In corso c’è soprattutto una seria riflessione sulla sicurezza delle delegazioni, non tanto da parte italiana quanto dagli altri partner. La decisione insomma resta aperta fino all’ultimo momento, così come rimane in sospeso l’arrivo a Roma di Borrell e del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas per unirsi a Di Maio nell’eventuale partenza. Una situazione in divenire che, in Italia, offre anche la sponda per la polemica politica da parte dell’opposizione leghista, con il leader Matteo Salvini che attacca: «Prima di tutto sarei in Libia, un ministro deve essere lì sul posto”.

A destare preoccupazione, per quanto riguarda l’organizzazione della missione, sono naturalmente anche gli sviluppi sul fronte delle tensioni tra Stati Uniti, Iran e Iraq, che rischiano di fare scivolare la Libia in una sorta di secondo piano, dirottando l’attenzione della comunitĂ  internazionale sull’altro scenario, potenzialmente piĂą pericoloso. Ma a creare problemi è soprattutto una situazione sul terreno libico sempre piĂą complessa, per la quale Di Maio parla di “pericolosissima escalation”, in cui le posizioni dei contendenti sembrano farsi piĂą minacciose e veementi, con l’appello al ‘jihad’ di Haftar dei giorni scorsi. Come l’attacco al collegio militare di Hadaba, a sud di Tripoli, un’esplosione provocata da un missile, fonte un video delle telecamere di sicurezza, che sabato sera ha provocato decine di morti e di feriti tra i cadetti di polizia, ufficialmente miliziani pro-Sarraj, secondo voci alimentate dagli ambienti legati ad Haftar.

In un incrociarsi di dichiarazioni e smentite, le forze del generale di Bengasi si sono prima attribuite la responsabilitĂ  dell’attacco salvo poi negare in un secondo momento un coinvolgimento nel raid, sostenendo che si sia trattato invece di opera dei terroristi di Isis o di Al Qaeda. Dai quali tuttavia non è arrivata alcuna forma di rivendicazione. Il governo di Sarraj, che ha ricevuto le condoglianze da Di Maio, continua invece a ritenere che l’attacco sia stato effettuato dall’aviazione del generale Haftar sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti, Tripoli ha chiesto in argomento una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere delle “atrocitĂ  e dei crimini di guerra di Haftar”.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha incassato nei giorni scorsi dal parlamento di Ankara l’autorizzazione inviare le proprie truppe in Libia, svincolandosi pericolosamente da ogni tipo di azione diplomatica, la regione, rischia di diventare una palude simile all’area siriana. La contemporanea crisi irachena ha concretizzato l’intervento militare turco alle porte sud d’Europa. E’ l’ennesima prova della definitiva incompatibilità turca con l’Unione Europea. A Spagna, Francia, Grecia con l’Italia in testa, il compito di inviare una forza d’intervento e di interposizione militare europea, al fine di tenere fuori Ankara dal suo ambito regionale naturale d’influenza sita nel Mediterraneo estremo orientale.