Le elezioni in Umbria sono state devastanti per il Centrosinistra. Nonostante l’improvvida decisione di Salvini di staccare la spina al governo in piena estate, e altri vari passi falsi, l’elettorato ha premiato il Centrodestra. Un risultato che era stato preventivato, ma non in queste proporzioni. Dopo 50 anni di ininterrotta egemonia rossa, è avvenuta una svolta storica.

Il risultato ha molteplici significati; più che merito di Salvini, Meloni e Berlusconi, è stato un demerito dei giallo-fucsia. Il loro governo è partito in modo talmente maldestro, che sarebbero stati sconfitti anche da un dilettante. Iniziare l’esperienza di coalizione con un vero e proprio “terrorismo fiscale”, solo per fare un esempio, attraverso persecuzioni orwelliane contro il denaro contante e minacciando condanne per gli evasori, non è stata una scelta avveduta. Certo l’evasione va contrastata, ma non in questo modo e solo dopo che lo Stato abbia la coscienza pulita attraverso una decisa riduzione delle tasse (che è inimmaginabile con il governo più “a sinistra” della storia repubblicana).

Il risultato è quello che abbiamo potuto costatare: la candidata di Centrodestra Donatella Tesei, ha vinto staccando di oltre 20 punti il candidato di Centrosinistra. Il fatto che la Sinistra abbia perso in Umbria è già straordinario; avere perso, alleati con i 5 stelle è il clou. Ma se andiamo ad analizzare il voto notiamo altri fattori importanti. In primis, la Lega risulta primo partito con il 36,9%; una forza politica che “qualche anno fa” sognava la secessione, balza in testa in una regione del centro. Sbalorditivo. Il che significa che nonostante tutti i tentativi compiuti dagli avversari di ricordare i trascorsi salviniani nell’“antimeridionalismo”, la solfa non ha avuto gli effetti sperati.

Secondo: Fratelli d’Italia schizza all’10,4%, centrando l’obiettivo che la Meloni si era prefissa di raggiungere la doppia cifra, e scavalcando Forza Italia che si ferma al 5,5%. Lega e FdI, insieme, rappresentano un “blocco sovranista” che dimostra che l’elettorato di Centrodestra si è ampiamente stufato del “moderatismo”. Sì può legittimamente avere riserve sulla consistenza del “sovranismo”, auspicare una ben più elaborata produzione di idee, un andare oltre la retorica e gli slogan, una critica ferma verso certi toni (e a volte anche contenuti) beceri di taluni esponenti politici (e anche, talvolta, giornalistici), si può saggiamente ritenere rischioso e inopportuno un processo di svincolamento e di separazione dalla parte moderata-liberale del Centrodestra; ma alla fine non si può negare che questa coalizione sia profondamente mutata, perché mutati sono il Paese, il mondo e le circostanze storiche nelle quali ci troviamo a vivere.

Chi nostalgicamente evoca “lo spirito del ‘94” (1994, la scesa in campo di Silvio Berlusconi), e la mancata “rivoluzione liberale”, persegue nell’errore di non comprendere che da allora tutto è cambiato e che la “maggioranza silenziosa”, si è tramutata in una maggioranza rabbiosa. Ovviamente nulla ci assicura che il duo Salvini-Meloni sia in grado di dare le risposte necessarie ai problemi attuali; Salvini come Ministro dell’Interno dei risultati concreti li aveva ottenuti, ma siamo lontanissimi dall’idea di “destra” che abbiamo in mente. Ma alla fine la gente finisce per votare il meno peggio, o a scommettere su chi non ha avuto ancora l’occasione di dimostrare quello che vale. L’insistenza di Berlusconi di restare alla guida di un partito allo sbando, la sua noncuranza ventennale a formare una classe dirigente degna di questo nome, ha ridotto quel partito a uno strapuntino, con “grappoli” tentati dalla “fuga” verso l’insignificante “Italia Viva” di Renzi, e fedeli passacarte che obbediscono ottusamente a un capo che ha perduto ormai ogni credibilità. Più unico che raro, il genio isolato e inascoltato di Vittorio Sgarbi incapace però di prenderne le redini.

La probabile scomparsa di Forza Italia, tra fuggitivi e possibili crisi scismatiche che presumibilmente vedranno quella formazione dissolversi in diversi rivoli, se accadrà, non sarà per un “complotto sovranista”; non ci sarà nessun assorbimento, non si compirà una “fascistizzazione” dell’area liberal-moderata; voti e militanti che non compieranno l’incauto e misero tradimento di passar con la Leopolda, si spalmeranno plausibilmente sulla Lega e più concretamente in FdI. Potranno portare avanti le loro idee liberali dentro un altro soggetto che, di fatto, da molto tempo ha aperto al liberalismo e al conservatorismo, senza ovviamente che si pretenda che quelle idee siano esclusive.

Se la società dell’euromondialismo dominante che si regge su un perverso intreccio di neoliberismo e progressismo libertario, è in crisi, e se questa crisi impone un cambiamento politico-economico, non è trasfugando da un partito all’altro che si offre una risposta al problema, ma trovando il coraggio di rimettere in discussione il sistema nel suo insieme. Quello che è valido e sano delle idee liberali, dovrà essere bilanciato da ideali nazionali e sociali che, senza cadere in nostalgie per modelli passati, trovino forma nuova a idee d’eterna attualità.

Attualizzare la tradizione, dare sostanza alle politiche “sociali di destra” (che da troppo tempo sono rimaste parole vuote), ristabilire le distinzioni tra competenze nazionali e competenze europee, e restare fermi nella difesa dei valori etici e non negoziabili, è l’enorme sfida che deve affrontare il Centrodestra; un’impresa che il mio irriducibile pessimismo mi fa cautamente dubitare del risultato, ma che la certezza dell’ineludibilità della lotta e della sua ragione, impone fiducia.