Aboliamo la Nazionale di calcio. Rinunciamo alle competizioni che ogni due anni chiamano i Paesi a essere rappresentati dai migliori calciatori del rispettivo campionato. Della rispettiva nazionalità. Ecco il punto. In Italia giocano solo il trenta per cento di italiani nel campionato. Troppo poco per giustificare l’esistenza di una selezione che rappresenti il Paese. Allora, prima che a dirlo sia Antonio Conte in una telefonata intercettata, con infamia, con Tavecchio o con Silvio Berlusconi – che sta facendo di tutto per averlo al Milan – diciamolo noi. La Nazionale di calcio non ha senso. Quando gioca vanno a vederla in pochi, tranne rarissimi casi nel Sud Italia o al Meazza di Milano. Quando gioca, le società di calcio fanno fatica e si inventano tutte le scuse per non mandare i pochissimi italiani che hanno tesserato. Quando gioca i pochissimi italiani che possono indossare la maglia azzurra si impegnano come può fare mia figlia di tre anni quando le propongo un bel piatto di verdure a cena. Per carità. Dopo aver visto cosa hanno fatto per l’Inter Javier Zanetti, argentino, e Bobo Vieri, italiano, mi convinco sempre più che l’origine geografica non conta per i colori che indossi. Darei cento italiani come Vieri per avere un altro “straniero” come Zanetti. Però. La maglia del Paese che rappresenti è cosa serissima. Ce lo insegnano tutti gli altri calciatori – che magari militano in squadre di altri Paesi – quando indossano la maglia della propria Nazionale.

Mi piace ricordare quanto detto da Cesare Prandelli dopo la disfatta in Brasile. “Le altre Nazionali sono composte da giocatori che indossano le maglie come potrebbero fare i soldati di un esercito. Noi no”. Abbiamo perso una delle caratteristiche che ci riconosceva anche Churchill. “Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Quindi. Se indossare la maglia Azzurra è un’esigenza da soddisfare solo ogni due anni. Se aggiungiamo che mancano gli italiani che possono indossarla. Aboliamo la Nazionale. Le squadre italiane continuano in modo ingiustificato a comprare stranieri. Lo fanno anche le società di categorie inferiori.

Ha ragione, secondo me, Arrigo Sacchi quando dice – e non era una telefonata intercettata con infamia – che ci sono molti/troppi giocatori di colore in Italia. Argomentando che le caratteristiche fisiche non conciliano con il tipo di calcio –vincente – da sempre praticato in Italia. Molto spesso i calciatori di colore acquistati soprattutto in Africa finiscono per garantire prestazioni fisiche ma poco rigore tattico. Siamo d’accordo. Non serve solo correre ma anche comprendere come, quando e dove. Il Bayern Monaco lo insegna. La superiorità territoriale in campo non la garantisce solo la prestanza atletica ma soprattutto la disciplina tattica. Il calcio in Italia sta finendo per affidarsi solo a chi garantisce un physique du rôle e non a chi sa essere poeta. Ci mancano i terzini che da Facchetti in poi – scusate la scarsa memoria — interpretavano il ruolo in maniera intelligente prima che fisica. Ci mancano i mediani che alla Lele Oriali interpretavano il ruolo in maniera intelligente prima che fisica. Ci mancano i Claudio Sala che ci portavano a leggere in campo versi in rime baciate dalla fortuna di chi calcia un pallone. E così gli arieti dell’area di rigore avversaria. Ci salviamo in porta. Per fortuna la tradizione tutta italiana di parare non è ancora minacciata. Ma non basta.