Alcuni “titani del pensiero”, intenti non da oggi alla criminalizzazione e alla demonizzazione delle idee degli avversari politici, si dedicano giorno e notte alla demolizione senza alternativa del c.d. “sovranismo”, senza esaminarne le radici e senza riconoscere che esso è sgradito agli elettori stessi della componente della destra dello schieramento politico, fedeli, come mai rinnegato credo, alla nazione ed alla patria.

   Se è vero che giorni fa Berlusconi con la sua consueta faciloneria demagogica si è proclamato “sovranista” ed ha rigettato senza mezzi termini il “nazionalismo pericoloso”, è pur vero che durante la fase risorgimentale dell’Ottocento fino alla unificazione  si è parlato solo e soltanto di costruzione della nazione, di tutela dei confini nazionali e lo stesso intervento nella I guerra mondiale è stato deciso e condotto con l’intento preciso e incontestabile di una salvaguardia dei valori della patria italiana, consacrata nel 1870. Come abbiamo appreso da Walter Maturi : “ La Prima guerra è stato il più completo trionfo del principio di nazionalità: gl’imperi plurinazionali, come la Russia, l’Austria e la Turchia si sono sfasciati, gli stati nazionale hanno subito con una forza morale grandiosa le più dure prove, stato e nazione coincidono ormai in tutta Europa”.

   Desta poi interesse ripercorrere l’origine della parola, che provoca irrefrenabili bollori in infallibili soloni, carichi solo di prosopopea.

   Il termine, come è elementare provare, ha una storia misera, cioè cronologicamente limitata. Appena nel 2017 è ammesso nella sezione “Neologismi” del “Vocabolario on line” della Enciclopedia Italiana mentre il concetto sarebbe acquisito nella terra madre transalpina negli anni cinquanta del Novecento. Nella sua accezione infatti emerge sempre in terra gallica appena nel 1997 e nel nostro paese nel 2002 , in un iroso articolo di Manzella sul foglio bilioso per antonomasia, “Repubblica”.

   Ben altra, prestigiosa e ricca di valori, è la storia del termine “nazionale”, legato ad idee e a valori radicati, secolari.  

   Uno studioso, di sinistra moderata e rispettabile, quale Federico Chabod, ha sostenuto, al termine di una attenta e acuta analisi: “contro le tendenze cosmopolitiche, universalizzanti, tendenti a dettar leggi astratte, valide per tutti i popoli  [pacifismo, ecologismo], la “nazione significa senso della singolarità di ogni popolo, rispetto per le sue proprie tradizioni, custodia gelosa delle particolarità del suo carattere nazionale”. Il nazionalismo, secondo il “Vocabolario della Enciclopedia Italiana”,  – tanto per capire – nella prima accezione significa “esaltazione dell’idea di nazione e di tutto quanto è espressione di essa nella civile e politica”.

   Sarebbe poi opportuno e sensato che i soloni iniziassero onesti quanto indispensabili esami di coscienza sugli errori, sui difetti e sui sempre più forti disorientamenti degli organismi europei. Escluso innanzi tutto Berlusconi, inguaribile quanto insopportabile autocrate, abituato a discettare in termini calcistici, strumentali per la glorificazione del suo peso politico, potrebbero leggere e riflettere su un saggio lucido e puntuale , apparso su una accreditata rivista scientifica “Le carte e la storia”.

   Sandro Guerrieri, professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche alla “Sapienza”, ha riconosciuto che “la mancanza di un più forte senso di appartenenza a una comunità con valori e obiettivi condivisi si è fatta drammaticamente sentire quando si è trattato di far fronte ai problemi economici e migratori”.

   Per offrire una sintesi e soprattutto stilare un bilancio, il sovranismo può essere, a ragione, assimilato al loglio della parabola evangelica, fumoso e inconcludente, del tutto privo di qualità e di aspetti costruttivi.