Nato nel 1963 a Székesfehérvár, l’antica “Città dei Re” tanto cara al Principe Géza, situata ad appena sessanta chilometri ad ovest di Budapest, Viktor Orbán è sicuramente uno dei personaggi politici più interessanti degli ultimi dieci anni e, di fatto, il protagonista indiscusso dell’attuale panorama politico ungherese.
Cresciuto fra le fila di Fidesz, l’Unione Civica Ungherese (di stampo liberale e progressista) che tanto successo riscosse in patria durante la tornata elettorale di fine XX secolo e di cui lo stesso Orbán fu tra i fondatori, la carriera politica di “Victator”, come è stato presto ribattezzato, decolla a partire dal 1993 quando, poco prima della sua morte, József Antall, l’indimenticato leader del Forum Democratico Ungherese, lo investì della sua eredità politica, convincendolo ad abbandonare le pose progressiste in favore d’un conservatorismo elettoralmente più appetibile e più vicino alle istanze ideologiche del nascente centro – destra magiaro. Un’intuizione, questa, che non tardò a portare i suoi frutti.

Passati quattro anni all’opposizione, infatti, nel 1998 Orbán, alleatosi proprio con il Forum Democratico Ungherese e con l’FKGP (Független Kisgazda, Földmunkás és Polgári Párt, il Partito dei Piccoli Proprietari), riuscì a battere sul campo i rivali socialisti e liberaldemocratici, guadagnando, con oltre il 42% dei voti, la possibilità di governare il Paese per il successivo quadriennio. Durante questa fase, Orbán cercò di attuare quelle promesse che lo avevano portato alla guida dell’Assemblea Nazionale, come l’abbattimento della disoccupazione e la stabilizzazione dell’economia ungherese (l’inflazione scese dal 15% al 7.8%) ma, a seguito di vari scandali riguardanti persone a lui vicine (si veda, ad esempio, il caso Lockheed del 1999) e numerose fratture all’interno della coalizione di governo, la realizzazione del programma elettorale rimase in larga parte disattesa.

Le elezioni del 2002, pertanto, videro la vittoria, seppur con un piccolo scarto, della coalizione formata dal Partito Socialista Ungherese e dall’Alleanza dei Liberi Democratici, guidata da Ferenc Gyurcsány.
È negli otto anni d’opposizione che seguirono a questa sconfittache Orbán mutò drasticamente le sue posizioni, avvicinandosi sempre di più ad una concezione autoritaria della vita politica e attirandosi, allo stesso tempo, le simpatie di molte forze politiche figlie di quella nostalgia nazionalista che, dalle imprese interbelliche di Miklós Horthy giunge sino alla nascita, nel 1939, del Partito delle Croci Frecciate guidato da Ferenc Szálasi, di chiara impostazione filonazista ed antisemita. Abbandonata l’alleanza con il Forum Democratico Ungherese, alle elezioni del 2006 Orbán diede vita ad una coalizione con il Partito del Popolo Cristiano Democratico, ottenendo il 42% delle preferenze e ben 164 deputati, ma finendo di nuovo all’opposizione; nonostante tutto, però, è questo il momento che segna la sua rinascita politica.
Già nelle successive elezioni regionali, infatti, Fidesz riuscì a battere clamorosamente la coalizione di governo, ottenendo la vittoria in diciotto regioni su venti e schiacciando i rivali del Partito Socialista, già lacerato da una forte crisi interna.

Approfittando proprio dell’instabilità mostrata dagli eterni avversari, Orbán riuscì infine ad aggiudicarsi la tornata elettorale del 2010 con un clamoroso successo: il 52,73% degli Ungheresi, infatti, lo scelse come proprio leader politico. Orbán ottenne così i due terzi dell’Assemblea Nazionale (226 seggi su 386) ed avviò quella riforma costituzionale che più volte aveva annunciato negli anni passati.
La seconda legislatura di Orbán ha inizio il 29 maggio 2010 e da allora la sua azione di governo si è sempre ispirata ad un ideale ben preciso: quello della nazionalità, nella sua più vasta accezione.
In questo senso, ad esempio, va inquadrata la “Legge sulla Naturalizzazione Semplificata”, che estende la cittadinanza ungherese a tutte le popolazioni di etnia magiara residenti all’estero, con tutte il carico di ripercussioni diplomatiche che ne conseguono (molti Stati caratterizzati da una forte minoranza ungherese, come la Slovacchia, non hanno infatti gradito).

Anche la volontà di “magiarizzare” il capitalismo nazionale si inserisce in questo contesto: come il professor Federigo Argentieri, docente di storia contemporanea alla John Cabot University, ha di recente affermato, «la finanza magiara è in mano ai grandi investitori internazionali e il desiderio del Primo Ministro è quello di riportare nelle mani dei concittadini beni e risorse, così che si crei quella classe borghese ungherese e cristiana – e qui l’accento va più posto sul discorso nazionale che sulla religione – che dovrebbe rappresentare la linfa della “nuova” Ungheria, secondo il progetto di Orbán». Allo stesso tempo, la volontà riformatrice di Orbán, grazie al supporto di cui gode Fidesz in seno all’Assemblea Nazionale, ha portato all’approvazione di una nuova Costituzione, entrata in vigore dal 1 gennaio 2012 e destinata a sostituire la carta costituzionale emanata il 23 ottobre 1989, subito dopo il crollo del regime sovietico; in essa, possono trovarsi tutti i punti guida della nuova azione politica di Orbán: centralità della famiglia e della tradizione ungherese, oltre che dell’etica e della religione cattolica.

Successive modifiche hanno poi introdotto riforme in senso autoritario della vita politica, sociale ed economica ungherese: l’informazione, grazie alla creazione di una Commissione Governativa per il Controllo Televisivo, verrà posta sotto stretto controllo da parte del governo, mentre il numero dei telegiornali è stato ridotto ad uno; il potere della Corte Costituzionale, invece, è stato radicalmente ridotto sulle questioni legislative approvate da almeno due terzi dell’Assemblea Nazionale (essa potrà dunque intervenire solo sul piano procedurale e non su quello relativo al merito); sono inoltre previste pene detentive per i senzatetto e negati i diritti dei conviventi in quanto la nuova legge riconosce come unico legame solo quello costituito tramite matrimonio tra uomo e donna. Due, tuttavia, per gli osservatori europei, sono i punti più controversi di questa nuova Costituzione: il primo, è quello secondo cui la nomina del governatore della Banca Centrale Ungherese spetti unicamente al governo (cosa che ridurrebbe notevolmente l’influenza dell’UE nelle questioni economiche ungheresi); il secondo, vede il vecchio Partito Comunista identificato come una vera e propria “organizzazione criminale”, aprendo scenari di inchieste giudiziarie su coloro che un tempo ne facevano parte (tra cui molti attuali dirigenti del Partito Socialista).

Nonostante da più parti questi provvedimenti siano stati spesso definiti “liberticidi”, “populisti” o “anti – democratici” (persino Thorbjorn Jagland, il segretario generale del Consiglio d’Europa, ha di recente affermato che le modifiche alla costituzione ungherese «sollevano preoccupazioni per quanto riguarda il principio del primato del Diritto»), Orbán ha deciso di ignorare le critiche e di continuare il proprio cammino verso la rinascita di una Ungheria che, nella sua concezione ed in quella dei suoi alleati, possa finalmente dirsi “grande”, capace di camminare da sola, senza bisogno delle stampelle fornitele da Bruxelles.
Quali conseguenze questa condotta possa produrre in ambito comunitario, è ancora da vedere.

 

Stefano Ricci – geopolitica.info, 28 maggio