Certe polemiche politiche sono un po’ come il maiale: non si butta via niente. E’ il caso della annosa, trita e ritrita questione del Che Guevara che, come una specie di fiume carsico, periodicamente appare, scompare e riappare nel dibattito politico-culturale della destra.

Ultimi a tirarla fuori in questi giorni i ragazzi di Gioventù Nazionale Roma, buoni ultimi dopo la recente riscoperta di Casapound e, ovviamente, dopo i vecchi dibattiti dei tempi di Campo Hobbit e degli anni ’80.

I ragazzi romani spiegano la loro trovata dicendo di considerarsi “all’avanguardia in tutto”; il loro intento sarebbe “dare uno spunto di riflessione talvolta fuori dagli schemi”.

La figura del Dottor Guevara “guerillero heroico” non sarebbe in contrasto, “ma anzi in continuità”con il sogno di tutti loro, vale a dire “la rivoluzione”.

Sorvoliamo pure sui toni un po’ troppo retorici e magniloquenti e sull’uso, ingenuo e disinvolto, di certi concetti forse poco assimilati. Sorvoliamo anche sul problema della coerenza politica, che pure chi dice di sognare una non meglio identificata “rivoluzione” militando in un partito-contenitore che si promette di riunire sovranismo, cattolicesimo, conservatorismo e liberalismo dovrebbe inevitabilmente porsi. Il problema vero è un altro.

Rispolverare un vecchio e scontato mito della sinistra da tempo divenuto, come ha osservato Marco Valle (vedi il suo commento sul sul “martirio” dell’illustre salma) solo un gadget non significa affatto “essere avanguardia. In tutto”, ma esattamente il contrario. Significa essere irrimediabilmente arretrati e conformisti, in ritardo sui tempi, succubi della cultura altrui, dei suoi miti e della sua vecchia egemonia.

Subalternità e mancanza di idee originali che fanno a pugni con l’immagine di “avanguardisti sognatori” che i ragazzi di Gioventù Nazionale credono di dare di sé invocando il Che. Non è certo replicando fuori tempo una vecchia provocazione banale e preconfezionata che ci si può definire “rivoluzionari”.

La questione Che Guevara, in realtà, è molto vecchia e i giovani di Roma non hanno inventato né scoperto niente.

Erano gli anni ’80 quando, in pieno riflusso, i ragazzi del Fronte della Gioventù di allora – per intenderci quelli della generazione dei campi Hobbit e degli anni di piombo – iniziava una rivisitazione, allora si originale e controcorrente, di alcuni miti e figure che negli anni precedenti avevano caratterizzato l’egemonia generazionale della sinistra.  Tra gli altri Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Pierpaolo Pasolini e per l’appunto Che Guevara.

Un’operazione culturale che va inquadrata nel contesto di allora: la destra giovanile che voleva superare la rozza e rigida contrapposizione destra/sinistra rileggeva i miti che la sinistra del riflusso stava gradualmente abbandonando.

Una scoperta e allo stesso tempo una provocazione contro il generale conformismo e appiattimento culturale, ma anche (o forse soprattutto) contro la sclerosi del MSI, fossilizzato su vecchi schemi, poche polverose parole d’ordine di stampo patriottardo o law and order ed analisi schematiche ed insufficienti che generavano azioni politiche inadeguate ed insoddisfacenti.

“Ti ricordi del Che?” chiedevamo provocatoriamente a quelli che fino a poco tempo prima portavano la sua immagine in processione come una Madonna pellegrina o la esibivano su tee shirt rosse sotto le quali nascondevano le spranghe.

Finito il giochino della immaginaria rivoluzione erano rientrati negli schemi della buona borghesia che li aveva generati, dimenticando Che Guevara come un vecchio giocattolo, troppo occupati a diventare primari di ospedale, direttori di giornali, professori della Bocconi, intellettuali alla moda, creativi pubblicitari di successo.

Avvicinare da destra, persino ammirare, il Che in quel contesto significava rompere uno schema e mettere una sinistra superficiale e facilona di fronte alla sue contraddizioni ed al suo sostanziale fallimento culturale. Significava anche gettare un bel sasso nello stagno dell’immobilismo del MSI e di schemi immutabili ed inadeguati, provocando la bolsa burocrazia di partito (che infatti reagì malissimo).

Una vicenda, poi rielaborata con adeguate riflessioni e ben metabolizzata, che aveva senso e una sua utilità 30 anni fa, in un mondo ed un contesto politico oramai lontani anni luce da quelli di oggi.

Da allora la polemica sul Che scaraventato a destra è spuntata e rispuntata più volte, ogni volta con sempre meno senso e ancora meno originalità, sino ad esaurire la sua carica anticonformista e provocatoria e diventare un vezzo di maniera, inutile e stereotipato

Ed è proprio questo quello che i ragazzi di Gioventù Nazionale Roma hanno trovato: convinti compiere un atto rivoluzionario hanno invece solamente scoperto (per ultimi) l’acqua calda. A questo punto dovrebbe soccorrere almeno la storia: un’analisi minimamente attenta della figura storica del dottor Ernesto Guevara avrebbe facilmente messo a fuoco e fatto comprendere la reale statura del personaggio, molto meno romantico ed affascinante di quanto ci abbia tramandato l’agiografia comunista e molto meno adatto all’ammirazione da destra di quanto credano i ragazzi di Roma.

I quali invece, in modo senz’altro stucchevole, sprecano enfasi, aggettivi e paragoni totalmente fuori luogo: “la tensione rivoluzionaria di Guevara, è la stessa di D’annunzio a Fiume …. è la stessa di Pound anti-usurai ….. è la stessa di Enrico Toti e dei migliaia di giovani che sulle pietraie del Carso sono morti al grido “Viva la Patria! Viva l’Italia”.

Un minestrone retorico difficilmente digeribile, nel quale abbondano le parole, anzi i paroloni, ma latitano concetti e idee originali. Da ragazzi, molti anni fa, dicevamo di essere non gli ultimi di ieri ma i primi di domani. I ragazzi di Gioventù Nazionale Roma di oggi evidentemente hanno deciso di rimanere gli ultimi di ieri.