Il quadro culturale nazionale in questi mesi risente sul piano globale della confusione e della superficialità dominante in quello politico – istituzionale. Basti riflettere sulle recenti disposizioni per gli esami di maturità, confuse e dettate per volontà e responsabilità del ministro ”competente” leghista, in assoluta irrisione della tradizione classica della nostra scuola nazionale.

   Se a sinistra non mancano segni di vitalità con le diverse fondazioni, ad esempio con la fondazione Gramsci, e con l’Istituto della Enciclopedia Italiana , dall’altro verso dello schieramento classico, tipico, storico e, ci si consenta, logico, pare irrefrenabile la “volontà masochistica di autodistruzione”, cioè l’applicazione e l’attuazione dell’espressione “cupio dissolvi”, che ha la sua origine in San Paolo.

   Tempo addietro uno dei più noti intellettuali dell’area si è vantato di aver demolito oltre 30 anni or sono la contrapposizione destra/sinistra. Gli epigoni, come è da inveterato costume nostrano, dopo il 4 marzo si sono centuplicati, rincorrendosi sempre con l’obiettivo del potere.  Né il “capitano” assoluto, intangibile e indiscutibile né tanto meno i suoi seguaci si sono curati di delineare e definire un indirizzo solido e serio sia in ambito politico sia ancora prima sul terreno delle idee.

   Nella prefazione al lavoro di Alessandro Masi, Idealismo e opportunismo della cultura italiana 1943 – 1948, Andrea Riccardi è dell’avviso, smentito dai fatti e dagli effetti, che “la politica e i grandi partiti repubblicani hanno avuto bisogno della cultura o almeno di motivazioni ideologiche – culturali per legittimarsi o per motivare le loro scelte e i lori cambiamenti”.  Chissà come  Riccardi considererà le ammissioni (ché di ammissioni si tratta!) di due studiosi, uno francese, Olivier Wieviorka, e l’altro italiano, Gabriele Ranzato, sulle carenze, sui vuoti e sulle incertezze della resistenza e dei partigiani nostrani. Il primo, tra l’altro, non esita a segnalare la totale “inerzia” di Roma e dei romani nel periodo precedente all’arrivo degli angloamericani. Il secondo rileva che agli italiani “resistenti” erano riconosciute ben poche possibilità di successo.  

   Faticosamente ma inevitabilmente è stato rivisitato con la mostra “80 anni di EUR. Visioni differenti”, tenutasi negli scorsi mesi il valore storico – culturale di un “esperimento per troppo tempo oscurato da un problema politico – ideologico, il legame con il fascismo”. Nel 2016 Monica Cioli ha presentato il volume Arte e scienza internazionale. Il “modernismo” fascista negli anni Venti, in cui vengono approfonditi e rivisitati “alcuni snodi fondamentali della cultura nel periodo del fascismo”. Qualche anno prima (2008), nel volume, curato da Emilio Gentile, Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, adesso ristampato, purtroppo senza aggiornamento bibliografico, lo stesso studioso nell’introduzione osserva che “ gli artisti e gli architetti modernisti, in massima parte giovani, non soltanto aderirono al fascismo per seduzione o corruzione, attratti dalla prodigalità del duce, ma furono fascisti per convinzione di ideali”.

   Ora, al di là di occasioni non frequenti, meramente celebrative, la cultura può trovare una verifica nelle istituzioni, nel senso di una lettura accurata e di un approfondimento non occasionale e principalmente non frettoloso di una fonte storica di primario rilievo, trascurata se non addirittura ignorata, quella degli “Atti Parlamentari”.  

   Fino ad oggi non può che essere ritenuto insolito, isolato e definito entro confini modesti, sin dal primo Parlamento liberale, lo studio delle discussioni e del varo delle norme salienti delle istituzioni.

   Sappiamo tutti che il Senato del Regno era vitalizio e di nomina regia. Ad esso hanno appartenuto tra il 3 aprile 1848 e il 6 febbraio 1943, tra gli altri, 350 docenti universitari, 276 magistrati, 261 militari di carriera, 103 industriali – agricoltori e 95 prefetti. Sono figure professionali in grado di recare negli esami verbali dei provvedimento e nel loro allestimento valutazioni adeguate, fondate su competenze specifiche consolidate e scrupolose.

    Pur maggiormente sensibile agli argomenti politici, la Camera non è certamente arida di spunti ed i deputati si mostrano tutt’altro che disattenti nelle disamine dei provvedimenti governativi. Nutrito è nel corso delle legislature il numero dei parlamentari, in grado di presentare, motivandole sensatamente, proposte normative di interesse generale.   

   Per quanto riguarda il periodo fascista manca, ad esempio, totalmente una indagine sui contributi recati dai parlamentari, sempre nell’ambito operativo delle istituzioni e dei diversi dicasteri con una qualità ed uno spessore, oggi quasi introvabili nelle Camere, soprattutto nei due raggruppamenti dell’attuale maggioranza.