Per ritrovare coesione nella società francese, dopo dieci settimane di proteste dei gilet gialli e di brutali repressioni poliziesche, serviva una forte motivazione. Non sarebbe stato comunque facile risollevare l’immagine appassita del piccolo Napoleone Macron, però l’estemporaneo attacco di Luigi Di Maio sul colonialismo francese in Africa scommettiamo che riuscirà nel miracolo.
Chi conosce anche solo un po’ lo smisurato orgoglio nazionale dei cosiddetti ‘cugini d’oltralpe’ sa bene che la ‘grandeur’ rappresenta il loro nervo scoperto.
Sarà per le brucianti sconfitte patite dal loro esercito nelle due guerre mondiali (in cui si sono trovati tra i vincitori solo per le fortune militari di altri) seguite da quelle d’Indocina e Algeria, sarà perché da sempre coccolata da politici che – al contrario di quelli italiani – formalmente la sostengono in ogni ambito però è questo un sentimento che unisce i francesi come pochi altri.


Non c’è dubbio, ovviamente, sul fatto che la crisi migratoria derivi in gran parte dalle recenti avventure militari transalpine in Libia (peraltro rivolte soprattutto contro gli interessi italiani) e sulla politica attuata da Parigi nelle sue ex colonie dell’Africa sub sahariana ma non è quello il modo di porre la questione.
Attaccare frontalmente il loro orgoglio nazionale non farà altro che mettere tutto il resto in secondo piano. Se Di Maio avesse avuto una maggiore cultura nelle relazioni internazionale avrebbe potuto tenerne conto e valutarne le conseguenze prima di esternare.


Al pari, del resto, del suo collega Salvini e dei suoi selfie, dall’insostenibile superficialità, in cui paragona a terroristi la milizia libanese Hezbollah, ripreso da un elicottero delle forze armate israeliane.
La costante ricerca di visibilità dei due vicepremier ha però anche effetti sugli italiani, considerando che sposta l’attenzione dagli altri temi del dibattito politico.
Non ci sono dubbi, infatti, che l’attuale Governo avrà di fronte un cammino impervio e irto di ostacoli, sarebbe dunque il caso di non moltiplicare incertezze e difficoltà con estemporanee dichiarazioni.