Per quelli della mia generazione (a cavallo degli ottant’anni), che l’hanno praticata nei primi decenni del dopoguerra, la politica era un imperativo morale, una scelta ideale, un impegno civile, un’attività parallela allo studio o al lavoro. Per noi estremisti di destra, come per quelli di sinistra, era anche rinuncia alla tranquillità familiare, esposizione alle persecuzioni, spesse durissime ed anche fisiche della polizia e della magistratura, interdizione sociale. Inoltre, rischio dell’incolumità, talora della vita. Nemmeno nel nostro immaginario potevano esserci carriere e denaro, gratifiche e vitalizi.
Quanto sangue è stato versato, quanta galera è stata patita! Essere contro non era un mestiere, allora; non era un’astuzia, una scorciatoia per rendersi appetibili ai “padroni”, (ogni riferimento a Mieli, Mughini, Sofri e via nominando è pienamente voluto).
Era lotta e sacrificio, povertà e precarietà, passione e dedizione. Era milizia, nell’accezione piu’ nobile della parola. E ‘ anche grazie a quei militanti che l’Italia è rimasta libera ed è progredita. I primi a trarne vantaggio sono oggi proprio i cantori dell'”antipolitica”, i Di Maio, i Fico, i tanti “grillini” fondati sul nulla, demagoghi e pauperisti a soggetto, impegnatissimi a mortificare poche centinaia di vecchi ex parlamentari, lasciando indisturbate la grande finanza, la dilagante corruzione pubblica, la diffusa illegalità e l’arrogante criminalità, che con tutta evidenza non ne ostacolano il raccolto elettorale, com’è più chiaramente visibile al Sud.
Il ciclo dell’Italia “antifascista”, cominciato con il rovesciamento dei valori storici e tradizionali: il principio di nazionalità, il principio di autorità, quello di competenza e responsabilità, surrogati dallo spirito di fazione, dagli egoismi individuali e settoriali, dalla licenza dei comportamenti e dei costumi, dall’assenza di moralità, si chiude e conclude con l’emersione della zavorra. Dalla cuccuma emergono i fondi del caffè. Per intossicare totalmente l’Italia.