• 27 aprile 2017 —

L'editoriale

Avviso ai destristi nostrani. Il lepenismo non è merce d’esportazione

Marcello De Angelis, in un’ottima intervista su Barbadillo, sostiene che il programma di Marine Le Pen è assimilabile a quello della “destra sociale” ma chiarisce, subito dopo, che i modelli politici non sono esportabili tout court. Giusto. Non sono esportabili soprattutto quando, in Italia, i programmi sono rari e, soprattutto,...

Nonostante avessi premesso che il tema che intendevo porre all’attenzione fosse il rischio di scegliere una linea politica che ci potrà emarginare, la gran parte dei commenti avversi al mio pezzo che contesta la scelta di fare una manifestazione contro l’euro da parte di Fratelli d’Italia si è soffermata – con argomenti a mio avviso non convincenti – su valutazioni economiche circoscritte.

Sperando che ciò non sia dovuto alla volontà di nascondere il problema centrale che continuo a porre, provo comunque ad esprimere più dettagliatamente il mio pensiero sul tema specifico.

Anzitutto, se proprio vogliamo giocare alla ricerca delle colpe della crisi, trovo che l’euro sia l’ultimo degli elementi che hanno cambiato per sempre il ciclo dell’economia mondiale.
Tutto cominciò con la scelta del WTO – a fine anni ’90 – di aprire indiscriminatamente il commercio oltre ogni frontiera e dogana. Quello che una colpevole sbornia mediatica salutò come l’avvento salvifico della globalizzazione, fu in realtà il suicidio dell’Occidente, o meglio di una parte di esso – segnatamente individuabile nella vecchia Europa. Consentire il libero transito delle merci senza dazi e controlli, lungi dall’aprire nuovi mercati ai nostri prodotti, ha consentito che i beni altrui invadessero i nostri – di mercati. Senza che alcuno si premurasse di verificare e garantire che – per equità – a tutti i sistemi produttivi fossero applicate le stesse norme in materia di tutela dei lavoratori, garanzia sui minori, norme per il rispetto dell’ambiente e per la difesa della salute e tanto altro cui le nostre imprese si devono attenere, a differenza dei cosiddetti nuovi mercati.
Così, mentre gli USA non esitavano a mantenere dazi e barriere all’ingresso per prodotti stranieri, l’illuminata e progressista Europa scelse di rinunciare ad ogni forma di tutela, di fatto destinando gran parte del proprio sistema d’impresa a perdere competitività verso chi – privo di norme, vincoli e controlli – può produrre lo stesso bene a costi decisamente inferiori. Se a questo aggiungiamo l’impressionante divario del costo del lavoro, ecco che le economie che si erano sviluppate più per la produzione di massa che per l’elevato valore aggiunto tecnico qualitativo (e quindi l’Italia anzitutto) hanno perso per sempre il loro principale fattore di competitività a favore prima dei paesi dell’estremo oriente, ora addirittura dei vicini balcani dove, non a caso, si stanno intensificando delocalizzazioni di storiche aziende nazionali.

La crisi finanziaria originata dalle speculazioni sui mutui di banche ed investitori americani, e da questi abilmente fatti transitare sulla solita servile Europa, hanno poi accelerato un corso che era già segnato.

Solo da ultimo, arrivano le regole restrittive che l’Europa impone ai propri membri (rapporto deficit/PIL, contenimento del debito pubblico, rientri programmati). Ma la scelta della moneta unica, che forse aveva senso avversare ab origine, è oggi irreversibile per chi vi ha aderito e nel frattempo convertito a quella divisa indebitamenti pubblici, mutui familiari ed impegni imprenditoriali.
Anche perché non è una divisa autonoma che consentirebbe un rilancio, bensì l’eventuale ritorno ad una logica che l’Italia non potrebbe più permettersi, neanche se in tasca avessimo il Tallero o il Doblone: quella logica per cui i governi democristiani (ma anche in parte, colpevolmente, della seconda repubblica) hanno per 40 anni generato ricchezza privata (siamo mediamente quelli con la maggior giacenza sui conti correnti ed il popolo maggiormente proprietario di casa) facendo esplodere il debito ed utilizzando l’impiego pubblico e la nazionalizzazione delle imprese in crisi quale ammortizzatore sociale, rinviando alle generazioni a venire il compito di rifondere le spese in eccesso. La stessa struttura di welfare è stata costruita con un apporto privato inferiore agli altri paesi; altrove, se compri un biglietto per usufruire del trasporto pubblico, sostieni una percentuale di spesa superiore alla nostra sul totale del costo che l’istituzione pubblica deve sopportare per garantire quel servizio. Lo stesso dicasi per scuole, università e servizi sanitari ed alla persona. Semplicemente, tutto ciò non possiamo più permettercelo, comunque si chiami la moneta che abbiamo in tasca; e una politica seria DEVE avere la responsabilità di cominciarlo a dire, agli italiani.

Non è una difesa dell’Euro la mia, né tantomeno di un’Europa che – come la conosciamo – mi fa schifo. E’ solo realismo. Ma la nostra battaglia vera in Europa dovrebbe essere per reintrodurre dazi e blocchi verso chi produce senza il rispetto di regole che noi riteniamo fondamentali; perché chi governa affermi negli atti la prevalenza del lavoro e dell’economia reale sulla finanza; perché si abbia una comune e partecipata politica di difesa, di tutela della sicurezza, di controllo dei confini, di gestione del fenomeno dell’immigrazione; perché si generi un orgoglio di appartenenza culturale, che induca chi sceglie di vivere nelle nostre terre di accettarne e condividerne regole e usanze.

E – ribadito che nessun governo produrrà mai un centesimo di nuova ricchezza, e che il pubblico può solo garantire le condizioni perché chi ha idee e capacità sia messo nella condizione di fare – la ricetta nazionale sull’economia dovrebbe essere quella su cui il centrodestra ha conseguito il proprio successo nella seconda repubblica, salvo la totale incapacità di realizzare alcuna delle riforme promesse: riduzione del prelievo fiscale (che da solo, oggi, mette fuori mercato le nostre aziende) mediante drastica riduzione della spesa pubblica; sburocratizzazione immediata, con abolizione di autorizzazioni preventive (fonte di intrallazzi e corruzione) e loro sostituzione con controlli successivi; liberazione, in entrata ed in uscita, dei vincoli nel mercato del lavoro con drastica riduzione del cuneo fiscale; fine della contrattazione unica e del potere di veto dei sindacati; separazione tra banche d’affari e banche di investimento con obbligo di rendicontazione sull’uso di finanziamenti pubblici agevolati. Tutte cose, lo dico a tutti i “buoni intenditori”, che Alleanza Nazionale condivise, sposò e sostenne senza imbarazzi o ritrosie, insieme alle altre forze delle coalizioni di cui fece parte.

E la politica deve anzitutto riguadagnare credibilità. Per questo, come ho già ricordato, ho proposto ad esempio la norma per l’introduzione della responsabilità oggettiva ai partiti. Se questi fossero chiamati a rispondere finanziariamente per aver portato nelle istituzioni ladri e corrotti, potremmo fidarci di più anche delle scelte nella composizione delle liste.

Purtroppo, a mio avviso, ciò cui assistiamo oggi è solo una triste pesca delle occasioni, in cui si imbraccia una battaglia non perché funzionale ad un progetto ma perché – in quel preciso istante – sembra rispondere ad “istinti primordiali”. Così Renzi, per cavalcare l’antipolitica, dice di aver abolito Provincie e Senato, nascondendo che ciò che scompare nei suoi testi di legge è solo il voto dei cittadini; Berlusconi attende vantaggi sulla gestione delle frequenze televisive, sulla vendita di Telecom e sulla ridefinizione dei tetti di raccolta pubblicitaria, ed ammutolisce il ruolo di opposizione che naturalmente dovrebbe avere il suo partito; Grillo strilla per celare il totale fallimento politico del suo ingresso nelle istituzioni; Salvini nasconde le ampolle con l’acqua del “Dio Po” per cannibalizzare i voti di un’area politica rimasta senza riferimenti, e forse così esasperata da non voler ricordare che l’ex rampollo del Leoncavallo si avvale della stessa struttura che sognava la secessione.

E Fratelli d’Italia? Perde l’occasione per distinguersi dall’ex Cavaliere rinfacciandogli di non aver realizzato ciò che oggi Renzi scrive nel Jobs Act, potendo contemporaneamente alimentare l’opposizione che il premier ha – per gli stessi motivi – alla sua sinistra; decide di seguire il padano con l’orecchino nella crociata contro la moneta, scegliendo una strada che ci farà guardare con sospetto e scarsa credibilità se e quando riuscirà a nascere un vera nuova alternativa alla sinistra; rispolvera l’antiregionalismo missino (invero allora originato proprio dal rischio che le regioni potessero rappresentare un rischio per l’unità nazionale), dimenticando che anche la destra ha gestito e governato a lungo le regioni, spesso in modo così convincente – ed onesto – da aver sposato negli anni passati la battaglia per la realizzazione del federalismo fiscale su base regionale. Tutto può essere per carità, e per molti la politica è davvero “l’arte del possibile” – anche se io ho sempre trovato odiosamente squalificante questa affermazione – ma ho proprio l’impressione che si navighi senza bussola né destinazione.

Per questo oggi – alla logica di autoconservazione di un progetto che purtroppo non è stato confortato dagli elettori, e che oggi sembra forse derubricato ad una ricerca di affermazione personale – continuo a prediligere il tentativo di rianimazione di una destra meno settaria e finalmente altruista, che possa giocare un ruolo non aggirabile nella costruzione di un centrodestra nuovo, serio, pulito, capace di rappresentare veramente una credibile alternativa di governo.

Qualche giorno fa ho pubblicato un mio “sogno”, cui tanti amici – ovunque e diversamente oggi collocati – hanno dato seguito con parole di apprezzamento e condivisione. Il tempo stringe, è ora di capire chi c’è.

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