Dagli ovili della Sardegna ai grattacieli di Bruxelles passando per Roma. La protesta dei pastori sardi approda sui banchi di Montecitorio e i tavoli di Palazzo Chigi monopolizzando per una volta almeno la scena del dibattito politico nazionale. Un dibattito che già si preannuncia prossimo a sviluppi clamorosi con l’arrivo della questione in ambito europeo, dove l’argomento del prezzo del latte ovino minaccia di trovare uno spazio insolito e insperato nella prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento del vecchio continente. Un parlamento europeo dove, ed è più di una premonizione, la voce sovranista incombe come un uragano sui tavoli delle lobby partitocratiche e affaristiche che tengono in pugno lo scettro del potere continentale e decidono della vita e della morte di piccole aziende e produttori, confermandosi da tempo lo storico avamposto degli interessi dei grandi gruppi industriali e di una finanza troppo spesso brutale.

Una protesta, quella dei pastori sardi, che ha saputo conquistare le prime pagine dei quotidiani e l’apertura dei notiziari grazie al gesto simbolico come non mai dello sversamento del latte, triste metafora di un lavoro agropastorale oggi in Sardegna mortificato e umiliato dall’ingordigia di profitto della grande produzione e della grande distribuzione. Una voracità impunita, legittimata da una malintesa legge del mercato che pretende di alzare e abbassare il prezzo del latte alla bisogna dei pochi che, nei fatti, controllano il mercato: un mercato da tempo preda di piaghe ulteriori come falsificazioni e adulterazioni, mai davvero punite in ambito internazionale e spesso portate a giustificazione da chi non è disposto a riconoscere il giusto valore di un lavoro, quello del pastore, tra i più sfiancanti e gravosi.

Ma davvero la protesta furibonda dei pastori e il corollario di manifestazioni a sostegno di questa battaglia sono l’arma più efficace e appropriata per ottenere un adeguamento al rialzo del prezzo del latte e un mercato a condizioni più giuste e dignitose in difesa della piccola produzione? Detto altrimenti: davvero è la protesta democratica la strada maestra per un vero ribaltamento popolare di una situazione generale che, in ogni versante della vita sociale e a ogni angolazione lavorativa, è oggi costituita da un cumolo di soprusi, prepotenze e prevaricazioni?

In realtà, lungi dall’assumere le sembianze di un provocatore o peggio ancora di un sobillatore di animi peraltro già così esacerbati, a tanti tra i più acuti osservatori pare di intravvedere con sempre maggiore convinzione l’avvisaglia di un malcontento che, invece di spegnersi fiaccamente sulla riva come le onde mosse da un blando scirocco, sembra essere soltanto il segnale premonitore di uno tsunami che sta per incombere sulle nostre vite con conseguenze indecifrabili e imprevedibili dagli esiti sconosciuti. Una ribellione popolare che può farsi vera e propria rivolta mossa da protagonisti e interpreti ancora non identificabili nel marasma di questo malcontento debordante, ma che di certo dovrà affidare la sua voce e la sua guida all’onda sovranista cui oggi affida le sue speranze e il suo orizzonte l’Italia. Un’onda sovranista cui spetta il compito di ridare fiato e speranze ai sopraffatti di oggi.