th-8

Le vicende di questi giorni e le interpretazioni sulla data del 25 aprile hanno purtroppo l’insistenza su valutazioni trite e consunte, delle quali era stato auspicato un superamento onesto ed adeguato al lungo tempo trascorso.

Il quasi invisibile ed impalpabile presidente della Repubblica ha usato a proposito della ricorrenza toni e frasi ereditati da quel predecessore, tanto apprezzato – come abbiamo visto giorni or sono su Destra.it – da Alfredo Pizzoni. Ed un quotidiano romano apprezzabile ed accettabile, se non fosse per il supplemento provinciale, elaborato da gruppettari di estrema sinistra, ha definito la liberazione “l’ultimo totem italiano”, aggiungendo che il governo, presentato come postcomunista, apprezzato da tanti moderati pantofolai, ha rifinanziato gli esborsi alle 179 (sì, 179) associazioni di reduci, cui sono stati aggiunti gli altrettanto baldi e gagliardi “garibaldini”, impegnati tra il 1943 ed 1945 al fianco dei fianco dei democratici, anzi liberali e liberisti, seguaci di Tito.

E’ stata anche ribadita la testarda, vieta e rancida malevolenza della stampa verso la destra, già per proprio conto in pessime condizioni e carica di avvilenti prospettive.

Battista ha pensato bene di stilare la sua supponente diagnosi, ripartendo il campo “tra una destra di protesta, inferocita con ogni tipo di establishement , espressione di tutte le rabbie che ruggiscono nel corpo di una nazione ferita, giustizia al punto di rimettersi sulla scia dell’un tempo arcinemico Piercamillo Davigo, contraria alla riforma delle pensioni, vulnerabile al richiamo al richiamo xenofobo” e un centrodestra conformista e di comodo “di governo, liberale, occidentale, europeo, antistatalista, capace di competere con Renzi (al suo fianco? più di oggi) senza far sua l’umoralità grillina”.

Se fosse vivo il padre Vittorio, gli avrebbe fatto presente che la destra vera, non quella farlocca di Salvini, è sociale, attenta ai bisogni dei cittadini non alle pretese dei gruppi capitalistici, preoccupata degli interessi dello Stato, intesi nel loro complesso e non in questioni occasionali ed eccezionali, e paladina di una giustizia autentica e non di una partigiana, settaria, miope, come è emerso negli scandali bancari toscani. Finisce consigliando “ricette drastiche e dolorose”, da rifiutare e da bandire se   imposte da cittadini e cittadine , digiuni di politica e solo arroganti e prepotenti.

Provocano rimpianto e rammarico per il denaro inutilmente speso nell’acquisto di lavori, ormai noiosamente ripetitivi ed unicamente commerciali, le considerazioni espresse da Pansa nel suo elefantiaco “bestiario”. Ripercorre la storia italiana dal 1994, definendo Berlusconi “sovrano assoluto”. Dimentica che questo “sovrano assoluto” fu solo un autocrate , con buona pace di Ostellino, impiegato a piegare alle sue volontà ed ai suoi calcoli uomini e partiti , incapaci di conservare e far valere la propria identità.

Passa poi ad insultare pesantemente – senza che a noi francamente interessi o preccupi – Salvini e a denigrare gratuitamente la Meloni “non assolutamente in grado di dedicarsi all’impresa di rifondare Roma”, “bella, appassionata” ma “irruenta , urlatrice”. Alla penultima riga rivela il suo favore per Marchini, “il candidato civico che vorrei vincesse”. E’ un voto legittimo ma sicuramente rifiutato dai tanti romani , un tempo ma – speriamo non più – suoi lettori.