Il saggio L’individualismo statalista, di Giancristiano Desiderio (Liberilibri) è di ispirazione per una riflessione sulla nostra identità nazionale; quel libro rappresenta un ritratto di un popolo senza ormai speranze di rivincita. Ciascun italiano ne esce impietosamente e proverbialmente concentrato soltanto sul proprio orticello, disinteressato alla vita pubblica, e laddove se ne interessa, lo fa con secondi scopi o con invidie e in modo scostante.

La suddivisione in piccoli Stati e territori “particulari”, direbbe il Guicciardini, e l’intromissione dello “straniero”, hanno impedito nel nostro Paese lo sviluppo dei tre pilastri della vita moderna: Stato, nazione e individuo. Gli italiani non hanno ancora costruito completamente una identità forte, una patria, non vi è ancora piena corrispondenza fra nazione e Stato. Solo fra le mura domestiche un italiano si sente davvero a casa, tuttavia vi è il desiderio che lo Stato sia dappertutto con la sua mano protettrice. La politica si riduce a teatro, a rito collettivo della menzogna, dove i cittadini fingono di credere a ciò che i politici di volta in volta raccontano, giurano, promettono. Lo svilimento in partitocrazia e clientelismo è dietro l’angolo.

Per Giancristiano Desiderio gli italiani fingono di credere nello Stato perché esso “non è nato dagli italiani ma, al contrario, gli italiani sono nati dallo Stato”. Uno Stato calato dall’alto, anche per mezzo di trame internazionali concepite nell’ambito delle grandi strategie geopolitiche dell’Ottocento, ha reso possibili le libertà civili degli italiani. Tuttora le libertà discendono da diritti costruiti in via legislativa anziché conquistati come avvenne, per esempio, nella Rivoluzione Francese.

Tuttavia la libertà mai conquistata non ha più la consistenza della vera libertà, e somiglia più a una concessione; ciò tuttavia non significa che gli italiani non si siano saputi conquistare loro forme di libertà: ma sono libertà più apolitiche: quelle dei costumi, la libertà dalla morale, l’intraprendenza affaristica, le industriosità, la libertà della cultura. Si tratta di una costellazione di libertà che non riguardano “solo la libertà dello Stato, ma anche e soprattutto la libertà dallo Stato”, nota Desiderio; si tratta “di quella libertà nostra che è priva di responsabilità, di vigore, di volontà,” ed è “la quintessenza dell’individualismo statalista”.

Massimo D’Azeglio ebbe a pronunciare la famosa massima “s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”. Questa frase riassume la storia della nostra vita “nazionale e individuale, intellettuale, morale e psicologica”. In tanti si sono provati a “fare gli italiani”, da Cavour a Mazzini in su, ma la forma assunta dagli italiani resta sfuggente.

Rimane nel nostro DNA l’essere arrivati tardi, forse troppo tardi, all’unità nazionale. La tendenza verso il federalismo sembra l’ineluttabile incarnazione politica di un difetto di nascita. “L’Italia federalista o della devolution o del regionalismo dei governatori non è né una riforma, né una conquista, né una vittoria. È una resa.”

Se vi è una invenzione italiana riuscita in fatto di istituzioni politiche, questa è il Comune. Gli italiani lo sentono come parte di sé, a volte con la stessa fierezza del francese più sciovinista. Qui allora, si chiede Desiderio, c’è l’Italia vera? Non siamo una nazione, ma un collage di regioni, città, comuni, municipi, paesi. Nella finzione del dirci nazione, che si svolge una vita pubblica venata di ipocrisia e inautenticità. Il discorso pubblico del politico italiano è l’inautenticità dove il politico non crede in quel che dice. Il politico dice il falso e può farlo perché gli italiani fingono di credergli.

“Gli italiani non sono italiani, ma fanno gli italiani” sostiene Desiderio. Ciò che Raffaele La Capria disse sui napoletani – ossia che recitano la parte dei napoletani – vale anche per tutti gli altri italiani. L’annosa problematica dell’identità rimane un nodo irrisolto per noi. I francesi fanno del nazionalismo e dell’affermazione quotidiana delle loro libertà e dei loro diritti il loro stile di vita – come dimostrano da un lato la storia della Rivoluzione riassunta nei tre semplicissimi concetti di libertà, uguaglianza e fraternità, e dall’altro, oggi, i gilet gialli, ed è la più antica nazione d’Europa.

I tedeschi hanno sensi di colpa per l’Olocausto e il nazismo, ma sanno ritrovare la loro identità nella cultura, nell’idealismo, nell’ordoliberismo che fa da guida all’Unione Europea e in una riunificazione avvenuta da pochi decenni. Gli inglesi trovano questa loro identità in poche e semplicissime formule e concetti: l’individuo, il liberalismo, il primo ministro e la Regina. La loro identità e fiducia in sé è così immediatamente percepibile e forte da aver scelto la Brexit senza aver mai rinunciato alla moneta nazionale e alla propria banca centrale.

Noi italiani dove ritroviamo la nostra identità? Le radici in cui affonda la nostra cultura sono “troppo” universali – rappresentate come sono dal primo impero e dal primo grande Stato di diritto della storia occidentale, dalla Chiesa cattolica, ma anche dalle Repubbliche marinare e sono incarnate da Dante, Boccaccio, Leonardo, Galileo, la musica – per essere semplicemente ed esclusivamente nazionali. Abbiamo inoltre a disposizione quella sintesi di cultura socialista e liberale che è la Costituzione, un testo di riferimento pregno anche di umanesimo e spiritualità, su cui ci sarebbe ancora un lungo lavoro di presa di coscienza da fare. Nella nostra storia abbiamo poi il Risorgimento e anche noi, come e più dei francesi, abbiamo la nostra grandeur nei fasti architettonici che vanno dal Colosseo ai grandi edifici religiosi, per arrivare alle opere del Ventennio e della Ricostruzione, come quella che era a suo tempo una delle più imponenti reti autostradali del mondo. Nelle nostre radici c’è una cultura troppo universalistica e proiettata all’esplorazione e al viaggio, per terra e per mare, per farci cadere nello sciovinismo.

Questa ha rappresentato una forza che forse ha contribuito a distrarci da ciò che siamo stati e che siamo. Inoltre, nel corso della nostra storia, forse abbiamo costruito troppo per avere pochi ed essenziali punti di riferimento che rappresentino in modo semplice e immediato a ciascuno di noi la nostra identità nazionale.