Nel 99mo anniversario dell’assassinio dell’ultimo zar, dei suoi familiari e dei suoi servi, lo scorso 17 luglio si sono radunate a Ekaterinburg, sul luogo dell’eccidio, decine di migliaia di persone alla processione dalla Chiesa-sul-Sangue alla Fossa di Ganina, dove furono ritrovati i corpi dei reali trucidati.

Nel 1918 i bolscevichi degli Urali, dove sorge la città costruita in onore della zarina Ekaterina II, cercarono di far scomparire per sempre i corpi nella fossa comune. Oggi sul luogo si erge un complesso monumentale, con una chiesa e un monastero dedicato ai Santi Martiri Imperiali. La definizione di “martire” attribuita a Nicola II e ai suoi corrisponde al termine russo strastoterpets, “colui che ha sofferto la passione”, un tipo di martirio non necessariamente legato alla professione di fede in punto di morte, molto tipico della spiritualità russa. I primi santi russi canonizzati intorno al 1125 furono infatti i due fratelli Boris e Gleb, figli del principe-battezzatore Vladimir di Kiev, trucidati dal fratello Svjatopolk per motivi politici, che seppero però dare testimonianza di fede e sottomissione alla volontà di Dio in forma suprema. Famoso anche il caso di Dmitrij di Uglič, figlio minore di Ivan il Terribile, annegato nel fiume dai pretendenti al trono, forse dallo stesso zar Boris Godunov, suo tutore. Il suo assassinio diede inizio al più tragico periodo della storia russa prima della rivoluzione bolscevica, il cosiddetto “periodo dei Torbidi” all’inizio del’600. La principale festa nazionale russa odierna ricorda appunto la vittoria sugli invasori polacchi del 4 novembre 1612, che mise fine agli sconvolgimenti di quel periodo.

Anche la famiglia dell’ultimo zar è stata giudicata degna di tale onore, per la mitezza cristiana con cui accettò il sacrificio. Oltre ai figli della coppia imperiale, con essi morirono diversi servitori, tra cui un medico cattolico e un istitutore protestante.

Questa forma di martirio, a cui si ispirò lo stesso Lev Tolstoj nella sua religione laica della non-resistenza al male (nieprotivlenčestvo), descrive in profondità la dimensione cristiana dell’anima russa, la sua devozione al Cristo Sofferente. Nella sua storia, il popolo russo ha vissuto molti periodi di “martirio passivo”: il “giogo tartaro” durato oltre due secoli (1240-1480); la tragedia dei “Torbidi”; l’invasione napoleonica; fino alla lunga notte del regime sovietico nello scorso secolo. L’impotenza e la capacità di sopportazione si sono sempre alimentate ad una fede incrollabile nella rinascita, nella vittoria della vera fede, come il sole che sorge dopo il lungo inverno ghiacciato.

Come il santo Boris prima della sua passione, e lo stesso zar Nicola, la popolazione ha voluto celebrare a Ekaterinburg la lunga liturgia notturna del rito bizantino-slavo, dopo un cammino processionale guidato da un autorevole membro del Sinodo della Chiesa Ortodossa, il metropolita Aleksandr di Astana e del Kazakhstan, nazione confinante con la regione uralica, in cui la minoranza russa è impegnata a difendere la propria cultura e le proprie tradizioni dai tentativi di nazionalizzazione turcomanna. Al termine della processione il coro ha intonato insieme a tutto il popolo l’antico inno zarista “Dio, custodisci lo zar!”. Molti vorrebbero ripristinare questo canto come inno nazionale, al posto dell’attuale composto in epoca sovietica, anche se modificato nel testo per ordine di Putin.

Il debole e gentile Nicola II, erede delle feroci dinastie dei Rjurikidi e dei Romanov, di Ivan il Terribile e Pietro il Grande, assistette allo sfacelo del suo potere e del suo impero con un sentimento d’ineluttabilità e di palingenesi, abdicando al trono il 15 marzo 1917. Egli non seppe impedire che la rivolta diventasse una totale catastrofe; non ebbe la forza, ma neanche la visione per sostenere un ideale che si perdeva nelle tragedie della Prima Guerra Mondiale, la guerra che mise fine a tutti gli imperi, anche quello austriaco e prussiano, che dissolse l’illusione della Santa Alleanza tra i principi cristiani vincitori di Napoleone. Era svanito il principio stesso dell’autocrazia, difeso con tutte le forze dal nonno Nicola I, il “gendarme d’Europa” che sosteneva perfino i monarchi avversari, come il Papa e il Sultano, pur di non perdere la sacralità del potere. L’ultimo zar fu anche l’ultima figura divinizzata di sovrano, se non consideriamo il lontano dio-imperatore del Giappone, a sua volta annientato dalla Seconda Guerra Mondiale.

Dopo l’abdicazione di Nicola II, sulla scena sono rimasti solo gli Stati moderni, partoriti dall’Illuminismo settecentesco e oggi in totale crisi d’identità. In Russia, la perduta sacralità del potere fu sostituito da un’altra forma di sacralità, quella del Partito ideologico e totalitario, la forma religiosamente “rovesciata” dello zarismo concepita dal nuovo Anticristo la cui mummia riposa ancora oggi, moderno Tutankhamon, nel Mausoleo del Cremlino. Lo zarismo scomparve, perché arrivò il nuovo zar comunista, il nuovo vangelo di Lenin, poi realizzato dall’apostolo Stalin, che cercò a sua volta di farsi dio.

Nel commemorare il martirio degli zar, la Russia cerca di ricominciare da una radice che sembrava ormai disseccata, con una passione che va ben al di là delle incerte figure della propria stessa storia. E questa radice è la fede ortodossa, che i russi non intendono soltanto come tratto caratteristico della cultura nazionale, ma vera e propria missione e profezia universale.

Alla commemorazione sono giunti dunque numerosi fedeli russi provenienti da molti Paesi, come il Kazakhstan, l’Uzbekistan e altre nazioni di tutto il mondo, perfino dalla Nuova Zelanda: è stata una clamorosa rappresentazione del “mondo russo”, espressione molto in voga oggi, che vuole ricordare i “Paesi fratelli” dell’ex-Unione Sovietica, ma anche la diaspora russa nel mondo intero, e la missione russa nei confronti di tutti i popoli. Il padre Boris Bojkov, che ha guidato i pellegrini neozelandesi, ha ricordato di essere già venuto gli anni scorsi, e di aver intenzione di mantenere viva la memoria dello zar nella sua chiesa russa di Wellington. La sua presenza al pellegrinaggio non è passata inosservata: padre Boris è un omone di due metri dai tratti chiaramente asiatici, essendo nato in Australia da famiglia russo-cinese, e impersona in qualche modo la grande complessità del popolo russo e della sua storia.

Il cammino fino alla Fossa di Ganina si è snodato per 20 chilometri, con l’accompagnamento di macchine e volontari per gli anziani e i più deboli. Durante il cammino si sono celebrati gli uffici notturni, nella tipica liturgia russa che unisce i vesperi alle lodi mattutine, fino alla Divina Liturgia eucaristica (Vsenochnoje Bdenie). I circa 60mila pellegrini sono giunti al luogo del martirio alle prime luci del mattino, dove li attendeva il metropolita locale Kirill di Ekaterinburg e Alta Turchia, che li ha accolti con queste parole: “Questa processione ha toccato le nostre anime… Difficilmente si troverà qualcuno che possa rimanere indifferente a tutto questo, che esprime la nostra penitenza e la nostra conversione, nell’amore allo zar e alla nostra patria”.

 

(fonte Asianews)