«Cosa può fare la regione Sardegna per l’economia del mare?». E’ da tempo ormai  che sento porgermi da più parti questa domanda. Una domanda che proviene da chi, per necessità o per fortuna, frequenta il mondo del mare e pertanto ha interesse, curiosità o semplice desiderio di comprendere cosa è possibile fare per dare il giusto spazio a una voce della nostra economia troppo spesso incompresa. Una domanda, quella sull’economia del mare e le prerogative in materia della Regione, che a ben vedere richiede una grande dose di tempo, possibilità di analisi e ponderazione e una dose colossale di pazienza e attenzione da parte di chi ha davvero voglia di capire come stanno veramente le cose. Giusto per comprendere lo stato dell’arte, chi davvero volesse ottenere un quadro d’assieme realistico e veritiero sul comparto marittimo in Sardegna deve partire dal presupposto amaro e mortificante che la materia, pur rilevantissima in termini economici, finanziari e sociali, non può disporre a oggi di numeri certi, sospesa com’è tra studi settoriali e documenti parziali che, visti nell’insieme, si smarriscono in una miriade di rivoli particolari e spesso fuorvianti.

La materia mare infatti è così connessa e intrecciata con l’industria, la finanza, il turismo, l’imprenditoria, la manifattura, la tecnologia, la ricerca, l’ambiente, le infrastrutture, i trasporti, la filiera ittica e chissà quante altre voci ancora che stabilire con certezza cosa può essere considerato mare e cosa invece non lo è diventa in pratica difficile. Davanti a un tale ginepraio di realtà connesse eppure differenti è facile comprendere quale impresa improba sia pretendere di desumere anche dal computo nazionale i dati delle singole realtà regionali, Sardegna compresa. Una situazione facilmente riscontrabile nell’ultimo pur interessantissimo rapporto del mercato del lavoro in Sardegna, monco di rimandi specifici sullo stato del lavoro marittimo nell’Isola: un fatto, questo, che rende qualsiasi ricerca o analisi ben più farraginosa del normale. Da qui la difficoltà di intercettare ogni singolo fenomeno dell’universo marittimo nell’esclusività di ogni singola voce di specie e nella peculiarità di un singolo territorio, come peraltro è nella natura delle cose di un pianeta, quello blu, dall’anima eterogenea e dall’organismo multiforme.

Stando ai dati comunque assodati, quel che è oggi certo è che la leadership nazionale del mare è ben salda nelle mani della Liguria, mentre la Sardegna si attesta al nono posto della classifica nazionale. Un dato poco esaltante, se si pensa alle potenzialità di un territorio insulare e strategicamente collocato in una posizione privilegiata nel centro del Mediterraneo occidentale. Dei settori specifici in grado di offrire all’Isola maggiori potenzialità di crescita si fanno preferire tra tutti quello del commercio marittimo e della portualità, dell’industria armatoriale e della cantieristica navale, della nautica da diporto e della pesca, della formazione e dei servizi.

Cosa può fare per tutto questo la Regione Sardegna? Può fare molto. Affidare anzitutto la responsabilità e la guida dei centri decisionali sulla materia a persone individuate secondo criteri di competenza e non di convenienza politica: persone d’indubbia esperienza, professionisti che hanno la piena conoscenza dei fenomeni e che possono garantire l’autorevolezza necessaria per offrire soluzioni e pretenderne l’applicazione. Persone in grado di stimolare l’attività istituzionale dell’Autorità portuale con proposte concrete, valide ed efficaci, cui affidare il potere di promuovere e incentivare iniziative concrete mirate alla riduzione dei costi portuali, alla riduzione degli oneri sociali sul lavoro, a favorire la viabilità nei porti per agevolare la scorrevolezza dei traffici delle merci. Persone capaci di battere i pugni sul tavolo della politica reclamando più risorse e investimenti per i servizi, per le infrastrutture e i bunkeraggi, pretendendo i tanto auspicati incentivi e sgravi fiscali per gli operatori del comparto e indagando i margini di attuabilità di misure finalizzate alla tutela anche di attività correlate come quelle dei servizi. In una parola: persone in grado di rendersi immediatamente operative grazie alla piena conoscenza del settore.

Quanto al campo strategico della formazione professionale e dell’istruzione, chiunque ha potuto constatare in concreto quanto i corsi di ufficiale di navigazione si siano rivelati un successo: un successo ottenuto grazie al semplice, ma non casuale, motivo che la Regione, con buonsenso e ispirata avvedutezza, ha scelto di affidarsi a professionisti del settore. D’altronde la rotta è stata individuata da tempo con l’istituzione di presidi didattici alla stregua dell’Istituto tecnico superiore Mo.So.S, acronimo di “Mobilità sostenibile Sardegna”: prima si individua il campo occupazionale, quindi si allestiscono i corsi mirati. Un percorso che, nel caso specifico del Mo.So.S, ha consentito di garantire l’occupazione a tutti i 65 allievi degli ultimi tre corsi. Un discorso differente merita invece la materia della formazione regionale classica, quella dei corsi una tantum a pioggia che si sono confermati, anche nel virtuoso comparto marittimo, delle vere e proprie fabbriche di disoccupazione: basti pensare ai corsi per la formazione dei cosiddetti “tecnici per la gestione dei porti turistici”, che non potrà mai germinare in qualcosa di buono senza garantire ai corsisti l’affiancamento e il supporto dell’Agenzia del lavoro.

Fonte: Ad Maiora Media