Il Tirreno che diventa ogni giorno di più l’oceano Atlantico. Nell’attesa spasmodica di una qualche risposta alla vertenza sul prezzo del latte ovino, a ogni angolo della Sardegna si respira la convinzione che i giorni della protesta dei pastori abbiano prodotto quantomeno un risultato indiscutibile: mostrare in modo plastico quanto sia sempre più madornale la frattura tra la vita e gli interessi dei sardi e i pensieri e le preoccupazioni del governo di Roma.

Una distanza che rischia ogni momento di più di divenire incolmabile, anche alla luce di una politica nazionale che ormai da decenni, o forse da sempre, tende a individuare nella ‘vertenza’ Sardegna un grattacapo periferico cui far finta di prestare giusto un poco di attenzione ogni tanto e nulla più. Una sensazione sempre più palese di superficialità e sopportazione delle istituzioni nazionali che di recente ha descritto il sindaco di Villanovaforru, Maurizio Onnis, il quale nei giorni scorsi ha dato conto, con un post su Facebook, dell’incontro avvenuto nella Prefettura di Cagliari tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e la delegazione sarda di esponenti della Regione e sindaci del territorio, alla ricerca di una soluzione proprio riguardo la protesta dei pastori. Un incontro che ha lasciato interdetti tutti gli interlocutori isolani, sorpresi e amareggiati dal formale atto di presenza di Conte: l’uomo a capo del governo del Paese eppure incapace di andare oltre a un atteggiamento rasserenante e consolatorio, alla stregua di un adulto che spiega a una platea di bambini il perché di un dono promesso e poi negato. Un’esperienza definita “grottesca” dal Primo cittadino di Villanovaforru, a fronte di un incontro cominciato con un ritardo di quasi quattro ore, uno svolgimento di nemmeno un’ora e un discorso del Premier ridotto a una manciata di minuti. Tutto questo per strappare al Governo l’impegno all’attivazione di una casella di posta elettronica dedicata alla vertenza pastori, verso cui far confluire suggerimenti, idee e progetti per una chiusura positiva per tutte le parti.

Se questa è l’attenzione del Governo centrale all’Isola e ai suoi drammi, il senso di fastidio per gli appelli inascoltati di decenni e il solito menefreghismo spacciato per uno stoico impegno rischia di far divampare il malcontento popolare di queste ore nel fuoco della ribellione. Una ribellione che non è la solita protesta corporativa di chi cerca visibilità o una qualche forma di benefit al mercato clientelare della politica, bensì la disobbedienza di chi si trova a fronteggiare un potere che non mostra di voler fare nulla per non apparire quello di una forza occupante, propaggine di un oppressore straniero ormai mal tollerato e sempre meno tollerabile da un popolo, quello Sardo, sempre più consapevole di se stesso e della necessità di badare da solo ai propri guai, senza più tutori, padri putativi o guardiani.

Una Sardegna in cui lo spirito autonomistico si sta sempre di più rinforzando, stanca delle udienze romane benevolmente concesse e del tono paternalistico di quei leader nazionali pronti a scomodarsi soltanto per la consueta toccata e fuga da campagna elettorale, con annesso rituale di giuramenti solenni, promesse sperticate e miracoli prossimi venturi.

Un potere romano lontano e sordo, colpevole di negare all’Isola lo spazio che merita tra le urgenze del Paese anche grazie a una politica sarda troppe volte complice: un politica isolana troppo spesso incapace di farsi interprete del suo popolo e delle sue istanze e di battere in modo convinto e convincente i pugni sul tavolo di Palazzo Chigi. Adesso la palla passa alla prossima Giunta regionale: quali che siano gli scenari futuri, è bene che i nuovi assessori regionali sappiano sin d’ora che il tempo dell’attesa e dei rinvii  è finito, proprio come la pazienza dei sardi.

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