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Bisogna aver vissuto la città in quegli anni per comprendere a fondo l’immagine offerta dalla fiction della Rai “Boris Giuliano, un poliziotto a Palermo”.  Diciamo innanzitutto che il film-tv in due puntate andato in onda pochi giorni fa sul canale nazionale ha colpito nel segno. L’ipotesi narrativa è corretta e, a parte le licenze che gli autori concedono alla fantasia, la ricostruzione storica è abbastanza rigorosa.

Giorgio Boris Giuliano, bene interpretato da Adriano Giannini,  è stato un poliziotto capace di lasciare, grazie al suo raffinato intuito ed ai suoi metodi innovativi, una traccia ed una esperienza fondamentale ai colleghi che gli succederanno. La sua attività investigativa si è sviluppata nel momento in cui la mafia iniziava un progressivo processo di mutazione genetica. L’arrivo a Palermo di Giuliano avviene in un punto di snodo di questo processo. Erano gli anni in cui cosa nostra non era ancora percepita nella società siciliana come una banda di macellai senza scrupoli, ma come una organizzazione nella quale gli uomini d’onore in fondo facevano i loro affari senza procurare “danni collaterali” all’esterno. Già, perché erano gli anni in cui i boss osservavano un codice tanto contraddittorio quanto rigido: mai versare il sangue degli innocenti, mai toccare donne o bambini, pensarci cento volte prima di uccidere un esponente delle forze dell’ordine o delle istituzioni, inconcepibile pensare ad una strage indiscriminata. Erano gli anni nei quali nei piccoli centri rurali il maresciallo dei carabinieri e la locale coppola storta si incontravano in piazza o al bar e dopo i saluti di rito discutevano su come reprimere gli episodi di microcriminalità. Era insomma la mafia che Francis Ford Coppola ha immortalato, anche con una venatura di discusso romanticismo, nel suo primo “Padrino”.

Le famiglie mafiose alternavano periodi di pace e guerre improvvise e sanguinose, ma per i palermitani cambiava poco. Il fenomeno aveva un basso impatto sulla vita quotidiana in città, “Che importa, tanto si ammazzano soltanto tra di loro” era il refrain che echeggiava trasversalmente nel corpo sociale del capoluogo siciliano. Ma proprio nell’apparente scarsa pericolosità si annidava l’insidia. Cosa nostra in questo humus ospitale stava crescendo, cambiando pelle ed estendendo i suoi tentacoli.
Ma Boris Giuliano arriva a Palermo quando sta iniziando il processo di mutazione. La scena dell’irruzione nella villa del nobile durante una festa alla quale partecipano pezzi importanti dell’alta borghesia palermitana è emblematica. Nino Salvo, l’esattore per conto dello Stato delle imposte siciliane, il primario ospedaliero, il cardinale, la nobiltà e pezzi della creme cittadina che non aveva alcuna ritrosia a trovarsi in un salotto con Stefano Bontade, numero uno della mafia tradizionale, figura ben diversa dagli zotici macellai alla Riina, Bagarella o Brusca. Il “principe di Villagrazia”, questo il soprannome di Bontade era il figlio di don Paolino, gran manovratore degli affari e della politica siciliana negli anni a cavallo tra il 1950 e il 1960. Cresciuto nel migliore istituto scolastico cittadino, ottimo conoscitore delle lingue straniere, piacevole conversatore, Stefano era ospite dei migliori circoli cittadini, chiacchierava, costruiva alleanze, tesseva la tela degli interessi e stringeva in un abbraccio mortale pezzi di società civile tutt’altro che riluttanti.

Il fiuto innato portava Boris Giuliano ad intravedere la trama degli interessi nascosti da una cortina di apparente normalità. La squadra mobile di Palermo diventò un centro investigativo d’eccellenza, uomini come Bruno Contrada e Tonino De Luca campeggiava quotidianamente nei titoli dei giornali cittadini. Ma la città era un’altra cosa. In un contesto nel quale tutto si fonde e si confonde nuotava come un pesce nel suo mare “mister X”, nel film della Rai chiamato l’avvocato Battaglia, nella storia reale l’avvocato Vito Guarrasi. Antifascista durante la guerra, fu informatore dei servizi americani prima dello sbarco e fu presente, insieme ad esponenti della nobiltà siciliana l’otto settembre del ’43 a Cassibile, non ebbe ritrosie nel candidarsi con i socialcomunisti del Fronte popolare nelle elezioni del 1948, così come non si tirò indietro quando gli fu proposto di entrare nel cda del quotidiano comunista palermitano L’Ora. Lontano parente di Enrico Cuccia, in rapporti con Michele Sindona, ottimo amico di Emanuele Macaluso e per qualche tempo collaboratore di Enrico Mattei, Guarrasi fu al centro di praticamente tutte le vicende politiche e affaristiche di quegli anni. Nella ricostruzione televisiva la sua storia si intravede appena, ma si percepisce nella scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Anche lui figura brillante ed originale che da fascista aderente alla Rsi e amico di Junio Valerio Borghese, diventa, grazie alle sue qualità di cronista, penna di punta del quotidiano L’Ora, politicamente all’estremo opposto. Tra De Mauro e Giuliano nasce subito una simpatia e una solidarietà basata sulla comune ricerca della verità sulle vicende più buie della Sicilia degli anni ’70. Ma nella tenacia con la quale De Mauro stava seguendo la pista della morte di Enrico Mattei, trovatosi probabilmente al centro di interessi geopolitici molto più grandi di lui, sta probabilmente la causa del rapimento e della morte del giornalista.

La capacità degli autori della fiction è evidenziata dall’aver costruito una trama che, come in una pagina web ipertestuale, contiene molti link senza però indulgere in dietrologie e complottismi. Si intravede un potere politico indifferente e talvolta complice delle manovre dei capifamiglia siciliani. A Roma l’emergenza del terrorismo politico, culminata con l’omicidio di Aldo Moro, era  vissuta come una priorità assoluta, lo stesso non si poteva dire per il fenomeno mafioso, relegato a problema locale e semmai utilizzabile per il controllo del territorio e il mantenimento del consenso.

Ma è sulla ricostruzione della figura di Bruno Contrada che gli autori della fiction hanno mostrato grande coraggio, quel coraggio che è mancato nella aule di giustizia. Il personaggio del film televisivo è tratteggiato prendendo spunto dalle testimonianze di decine di colleghi e collaboratori, prima in polizia, poi al Sisde, che ne hanno apprezzato sul campo la capacità e la fedeltà alle istituzioni. Testimonianze alle quali, alcuni magistrati, hanno preferito le illazioni e le accuse infamanti di alcuni mafiosi pentitisi dopo essere stati assicurati alla giustizia proprio da Contrada. Così come nella seconda ed ultima puntata di “Boris Giuliano, un poliziotto a Palermo” appare evidente l’attività di intelligence di ufficiali dell’Arma come il colonnello Giuseppe Russo, sorpreso dai colleghi ad interloquire con il boss di Cinisi don Tano Badalamenti. Era l’epoca della guerra tra clan e l’ufficiale stava tentando di inserirsi tra le dinamiche criminali per provare a scompaginare dall’interno cosa nostra. Un’attività che Russo pagò con la vita nella piazza di Ficuzza, a due passi da Corleone e che più recentemente, ad un altro ufficiale dei carabinieri,il generale Mario Mori, è costata il dileggio dei mafiosi e l’oltraggio dell’accusa di tradimento.     

Commovente, infine, il finale del film. L’uccisione di Boris Giuliano dentro al bar mentre fa colazione per mano del boia Leoluca Bagarella è nel ricordo di tantissimi. Il dolore composto della famiglia e la scelta del figlio, prima di testimoniare al maxiprocesso e poi di seguire le orme del padre, esemplare. Giuliano e i suoi uomini erano diventati, loro malgrado, icone della vera lotta alla mafia, una guerra condotta a viso aperto, senza tatticismi ne timidezze ed erano diventati, attraverso le prime pagine dei quotidiani, personaggi familiari tra i palermitani. Dopo di loro altri investigatori pagarono con la vita il coraggio di voler andare fino in fondo. Carlo Alberto dalla Chiesa, Emanuele Basile, Mario D’Aleo,  Beppe Montana, Ninni Cassarà, tanti, troppi per essere elencati tutti ma non dimenticati.

Quella mattina del luglio del 1979, alla notizia dell’assassinio di Boris Giuliano molti, a Palermo, presero coscienza che non era poi tanto vero “Che si ammazzano soltanto tra di loro”. Gli occhi di tanti si arrossarono di commozione, da quel sacrificio stava nascendo una diversa consapevolezza della mafia come fenomeno criminale.