Vaso di coccio tra vasi di ferro le comunità cristiane d’Oriente scrutano con estrema preoccupazione l’aggravarsi della crisi in Medio Oriente. All’indomani dell’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani e il lancio dei 15 missili iraniani contro obiettivi statunitensi, il cardinale Louis Raphael Sako, primate caldeo a Baghdad è intervenuto con una dichiarazione netta in favore dell’unità nazionale e della pace: «Gli irakeni sono ancora oggi in uno stato di profondo shock per quanto è successo. Il loro timore più grande e profondo è che il loro Paese possa essere trasformato in un campo di battaglia, più che essere una patria sovrana, capace di proteggere i propri cittadini e garantirne il benessere».  Al primate ha fatto immediatamente eco monsignor Yousif Thomas Mirkis, arcivescovo caldeo di Kirkuk, che ha chiesto con forza la fine delle interferenze straniere: «Iran e Stati Uniti stanno cercando di regolare le loro opposte visioni sul territorio irakeno e questa recente escalation rappresenta un pericolo reale per il nostro popolo. Siamo cresciuti e nutriti da ogni tipo di problema e di guerra. Non lo vogliamo più, in special modo le proteste di questi mesi a Baghdad stanno a dire a quanti sono con Iran o America: fateci vivere in pace. Ne abbiamo abbastanza di guerre e conflitti. Da quando sono nato, ormai 70 anni fa, ho visto solo guerre, solo ribellioni, solo vendette senza pace. Questi eventi hanno completamente distrutto la nostra nazione».

Nel caos iracheno e mediorientale la posizione “terzaforzista” delle chiese è una costante obbligata. Da un milione e mezzo alla caduta di Saddam Hussein nel 2003, oggi rimangono solo 300mila cristiani in tutto il Paese. Un’emorragia continua causata dall’avanzare del fondamentalismo sunnita con il suo corollario di violenze e massacri. La lunga via crucis è iniziata con l’attentato contro la cattedrale di Notre Dame nella capitale, che causò nel 2010 la morte di 46 civili e due sacerdoti, ed è proseguita con le mattanze operate dall’Isis a Mousul, Ninive e nel Kurdistan: migliaia di morti, chiese e villaggi distrutti, un intero popolo in fuga. Ma anche nelle aree sciite, sospese in un’instabilità cronica, la presenza cristiana continua ad evaporare: a Bassora i fedeli caldei ed armeni in 15 anni si sono ridotti da 20mila a soli duemila. Il tutto nel disinteresse dell’Europa e degli americani e l’estrema timidezza — usiamo un eufemismo… — delle autorità vaticane.

Non deve quindi sorprendere il disincanto profondo e spesso il rancore aperto delle comunità locali verso i “liberatori” a stelle e strisce, la diffidenza verso gli invasivi iraniani e la non celata nostalgia per il passato regime del partito Baath, certamente dispotico ma fieramente laico e nazionalista ed ostile ad ogni confessionalismo.

Dato importante, le ansie e i timori dei cristiani irakeni sono pienamente condivisi nel resto della regione. Un allarme diffuso risuona dall’Eufrate al Mediterraneo.  Da Beirut padre Paul Karam, presidente di Caritas libanese teme (a ragione) per la precaria stabilità del Paese dei cedri: «Tutto ciò che accade a livello regionale ha delle ripercussioni anche sul Libano, e i risultati non saranno buoni. Il nostro Paese, come altri nella regione, rappresenta un polo debole ed è fra i primi a pagare il conto dei potenti quando si profila una crisi a livello internazionale. Le conseguenze maggiori le subiranno i più poveri e in Libano, oggi, molti ne abbiamo che chiedono aiuto anche solo per un po’ di cibo quotidiano. Va detto anche che non è la prima volta che ciò accade, basta guardare alla storia del Medio Oriente, basti considerare quanto avvenuto in questi anni in Iraq e in Siria. Anche da qui emerge che la lotta fra potenze internazionali si gioca sui Paesi deboli, che sono le prime vittime».

E dalla martoriata Siria monsignor Antoine Audo, vescovo di Aleppo, osserva con freddezza l’intricato quadro geopolitico: «Siamo di fronte a una crisi complessiva che coinvolge l’Iraq, il Libano, la Siria, dietro la quale vi è una lotta di potere e di interessi politici che vedono opposti gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, che riguarda anche il controllo del gas e dell’energia. Noi siamo vittime di queste guerre, gli stessi cristiani pagano un prezzo molto alto perché faticano a trovare la forza di difendersi. Fra la gente c’è stanchezza, ma vogliamo rimanere presenti e vivi anche di fronte a una forza terribile a livello internazionale che muove verso il caos».

Il rischio di un’ulteriore escalation bellica rinforza in tantissimi la voglia di scappare, d’emigrare in Europa ma soprattutto verso lidi più lontani e sicuri come l’Australia, la California, il Canada, l’America Latina. Per le gerarchie religiose l’annuncio del tracollo definitivo della religione di Gesù nelle terre dove duemila anni fa è nata. I numeri sono chiari e impietosi: un secolo fa nel Levante i cristiani erano il 20 per cento della popolazione, oggi agonizzano tra il 2 e il 3 per cento. Un’emorragia che non risparmia nemmeno la Terra Santa dove i credenti, stretti tra la morsa d’Israele — che asfissia l’economia e blocca il turismo — e il dilagare dell’Islam, sono ormai al lumicino. A Betlemme dall’85 per cento della popolazione nel 1950 si è passati al 15 odierno e l’esodo non si ferma.  Mentre i war games proseguono, l’estinzione dei cristiani in Oriente si avvicina inesorabilmente. Nell’indifferenza dell’Occidente.