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Il tormentone sulla necessità di una “destra normale” accompagna le cronache politiche italiane da almeno vent’anni, da quando – per sintetizzare – Silvio Berlusconi è “sceso in campo” e le vecchie convenzioni ideologiche “ad excludendum” (verso destra) sono state polverizzate dai risultati elettorali.

All’inizio la “normalità” richiesta era legata alla cesura verso le memorie di Salò, alla mostruosità dei “fascisti al governo” e all’inevitabile vulnus rispetto alla Costituzione-nata-dalla-Resistenza. Poi via via la domanda di “normalità” si è orientata contro gli eccessi del populismo. Si è accontentata delle denunce di lesa maestà verso la cultura liberale (mercato, moralità, rigore), esempio di una destra “vera”, ma inesistente.

Questo giochino, espressione del perbenismo politologico nostrano, appare in linea con la vecchia idea che a decidere che cosa sia veramente “di destra” sia la sinistra stessa, con risultati facilmente immaginabili. Scontato perciò che a farne uso sia stata certa sinistra priva di argomenti. Un po’ meno scontato è che a richiamarsi alla “destra che non c’è” sia una come Flavia Perina, già direttrice del “Secolo d’Italia” ex deputato di An, poi del Pdl, che abbandonò per Futuro e Libertà. In una “Lettera aperta alla destra che non c’è” , pubblicata su Linkiesta.it, Perina denuncia: la destra attuale non può rimproverare niente alla sinistra renziana, perché avrebbe fatto le stesse cose, anzi peggio.

L’analisi è impietosa: “La destra “reale”, quella che esiste e che ha rappresentanza in Parlamento, se fosse stata al posto della sinistra avrebbe fatto più o meno le stesse cose che oggi imputa al governo, alla Boschi, alla Guidi, comprese le telefonate al fidanzato o alla fidanzata, compresa la denuncia del complotto dei giudici, compresa la sfida astensionista al referendum.
Ed ecco allora spiegata la pigrizia e l’evidente afasia dell’opposizione in un momento in cui qualsiasi forza alternativa batterebbe il ferro con ogni energia disponibile. Il Nazareno non c’entra. C’entra la sintonia politica e psicologica con un modo di condurre le cose e gli affari dello Stato nel quale non si vede niente di sbagliato, nulla di strano. ‘Vabbé, ha infilato un emendamento di soppiatto, e che sarà mai?’, ‘Vabbé, ha dato una mano a suo marito, cosa c’è di male?’”.

Sono, quelle della Perina, parole dure, che fanno male, ma che non bisogna lasciare cadere.

Esse invitano ad un’assunzione di responsabilità rispetto ad un percorso ventennale non esaltante, su cui è mancata a destra una chiara riflessione. Nel contempo spingono ad un “cambio di rotta”, politico e psicologico. La questione è: ci sono margini di recupero ? Esiste un personale politico capace di farsi carico di una nuova, reale stagione di cambiamento ? C’è spazio per un nuovo radicalismo etico, in grado di dare forma ad una nuova Politica ? Malgrado tutto al cupio dissolvi (di un certo mondo, di una certa visione della vita, di una certa Storia politica) noi non crediamo. Il dibattito continua.