Operazione “furba”, dal punto di vista editoriale, ed insieme “intrigante”, per il corto circuito provocato, quella realizzata dall’editore Donzelli, che, a vent’anni dalla prima edizione, ripubblica Destra e sinistra di Norberto Bobbio, affidando un commento a Matteo Renzi.

 

Nel 1994 il filosofo torinese si chiedeva: “Destra e sinistra esistono ancora? E se esistono ancora, e tengono il campo, come si può dire che hanno perduto del tutto il loro significato? E se hanno ancora un significato, qual è ?”.

 

Per quanto “aperte”, a questo tipo di domande Bobbio diede delle risposte molto rigide e convenzionali, tutte giocate intorno alla tesi secondo cui “la destra è per la gerarchia e la sinistra per l’uguaglianza”, tesi da cui discenderebbe che gli uomini di sinistra sarebbero più impegnati nella loro azione politica ad attenuare e ridurre i fattori della disuguaglianza, mentre coloro che si dichiarano di destra sarebbero convinti che la disuguaglianza è un fatto ineliminabile e dunque sarebbero impegnati a lasciarla tale e quale.

 

Su questa distinzione, del tutto discutibile, la sinistra italiana ha costruito, per vent’anni, la sua ragione d’essere, cercando di vivificare, dopo lo storico tracollo del comunismo, un’identità confusa e smarrita.

 

Questo fino ad oggi. Fino a quanto, a sinistra, ha tenuto un gruppo dirigente, politico ed intellettuale, figlio delle vecchie visioni ideologiche.

 

Oggi però c’è Renzi, il quale, “chiosando” il Bobbio e con lui la sinistra del ’94, dichiara – nel suo commento a Destra e sinistra – che di quel “retroterra” non sa che farsene, chiamando in causa Ulrich Beck e Amartya Sen, il primo assertore dell’ “individualismo morale” subentrato alla solidarietà di classe, il secondo critico dell’ “economia del benessere”, nel segno di uno sviluppo “qualitativo” della società.

 

Il risultato è l’archiviazione delle risposte elaborate da Bobbio e l’invito a ripensare le nuove distinzioni: “Aperto/chiuso, dice oggi Blair. Avanti/indietro, chissà, innovazione/conservazione. E, perché no – dichiara ancora Renzi – movimento/stagnazione”.

 

La conclusione, determinata dalla fine dei vecchi “blocchi sociali”,  è  l’invito di vivere – a sinistra – “il costante movimento dei tempi presenti e accoglierlo come una benedizione e non come un intralcio”.  A che cosa miri questo “costante movimento” Renzi non lo dice. Ma a lui in fondo non interessa più di tanto, impegnato com’è da un lato ad esternare il de profundis per la sinistra social-riformista (quella cara a Bobbio) dall’altro ad “incensare” il “nuovo corso” del Pd, tanto evanescente da apparire nullo, tanto pieno di sé da essere innamorato solo della propria immagine riflessa.

 

Qui sta il vero nocciolo della questione “destra-sinistra”. Che le teorie del filosofo torinese fossero superate era evidente da tempo. Anche laddove, verso destra, Bobbio non coglieva, per un preconcetto antiscientifico, l’impegno di chi poneva il problema di come sviluppare politiche inclusive, basate su una solidarietà reale, sul riconoscimento del merito, sulla valorizzazione del lavoro, sulla mobilità sociale, sull’autentica rappresentazione del Paese, della propria identità profonda.

 

Il limite dell’attuale sinistra post-ideologica e post-moderna è di essere stata risucchiata nei gorghi della società liquida, avendo perso ogni visione realmente strategica, nel nome del “movimento continuo”.

 

Che cosa poi si nasconda dietro questa “visione” vengono a confermarcelo proprio le dinamiche politiche che hanno segnato l’Italia negli ultimi tre anni, gli anni dei Governi Monti, Letta ed oggi Renzi.

 

Come denunciava, con grande lungimiranza, Marcello Veneziani – nel suo libro “risposta a Norberto Bobbio” (Sinistra e destra, Vallecchi, 1995) – siamo di fronte ad una delegittimazione della sovranità popolare e ad un sotterraneo conflitto tra liberalismo e democrazia, con un  risultato, oggi bene evidente: “… la destra tende a difendere la democrazia dalla deriva oligarchico-antidemocratica del liberalismo; e la sinistra tende a difendere il liberalismo dalla deriva autoritario-demagogica della democrazia diretta”.

 

Renzi è figlio di queste dinamiche e di questa “visione”. Per questo, dopo averla usata,  anche la vecchia sinistra non gli serve più. Gli basta “fare ammuina”, nascondendo i veri interessi in gioco.