Attraversiamo un periodo, purtroppo condizionato e finanche egemonizzato da visioni di corto respiro e principalmente miopi e quindi omissive ed improduttive. I patrimoni ideali sono offuscati, annullati, fino ad essere sepolti in nome di nichilistiche e conformistiche letture, ovviamente ispirate alla sinistra patinata e a quella radicale, tanto povera di consenso elettorale quanto spocchiosa e perentoria.
La stampa di questi giorni ci offre due esempi. Il primo è rappresentato dalla lunga intervista (6 pagine con numerose foto), rilasciata dalla figlia minore di Paolo Borsellino, Fiammetta, ucciso dalla mafia 27 anni or sono. La signora/na sostiene di girare l’Italia “per ottenere la verità”, una verità mai arrivata, perché frenata da collusioni, analisi ed indagini errate, incomplete ed in malafede ma solo allusivamente ed equivocamente denunziate. La Borsellino ripete il solito (consunto) armamentario dialettico, senza allegare fatti inediti.
Le frasi sono usurate, ripetitive ed inconcludenti, come quelle sui depistaggi, l’omertà istituzionale (perché omette quella politica) e la strage di via D’Amelio “e quello che è successo dopo non riguarda la nostra famiglia, ma l’intero Paese”. Questo però è un termine, che lasciamo ben volentieri a Salvini, estraneo alla mentalità e al patrimonio ideale di Paolo Borsellino, che, appartenente e militante, ovviamente prima dell’ingresso in magistratura, nella destra classica ed orgogliosa, non immeschinita da collusioni suicide ed avvilita nei minestroni, avrebbe parlato unicamente di Stato e di nazione. La Borsellino, assecondata ben volentieri dall’intervistatore, evita totalmente richiami agli assi portanti e decisivi della vita pubblica e dell’esperienza professionale del padre.


Ad altre riflessioni, sempre dello stesso segno tendenzioso e sostanzialmente acritico, stimola l’editoriale di Ernesto Galli della Loggia, “Il Csm, il potere. Giustizia e regole da rifare”.
L’ex collega compie nella ricostruzione cronologica della crisi, a lungo soffocata e sottovalutata dalle fazioni politiche, impegnate “a non disturbare” i veri manovratori della realtà nazionale, un errore essenziale, determinante.
Così come nelle indagini sul fenomeno migratorio non si parla caparbiamente delle responsabilità cruciali delle nazioni colonialiste, così Galli della Loggia individua le radici in “una vicenda cominciata negli anni 70 del secolo scorso. In effetti ed in realtà le anormalità nel campo giudiziario sono assai più remote e risalgono ai primi anni della Repubblica, gli anni della ripartizione della egemonia della magistratura al PCI, incisivo ed efficace nella tutela del potere e nell’addestramento delle nuove leve fino alla scandalosa immunità di “Mani pulite”, e della scuola alla DC, con i risultati da decenni solo disastrosi e devastanti.
Galli ha ragione nell’osservare che “la perdita di fiducia nella giustizia è un colpo mortale alla Repubblica” ma essa oggi è platealmente esplosa, dopo essere stata latente da anni. Rientrava, come è risaputo, nel classico “ius murmurandi” degli italiani.
In effetti la proposta del “messaggio alle Camere” merita riguardo, anche se la maturità delle due assemblee parlamentari appare avvilente, e la politica sui problemi reali dello Stato è sempre meno concludente e nella stragrande parte dei temi solo declamatoria.