Incapace di affrontare i problemi dei vivi, l’impotente ed inutile governicchio del socialista di Pedro Sanchez, che dopo quasi un anno e mezzo di tentativi non è riuscito a mettere insieme uno straccio di maggioranza parlamentare, se la prende con i morti.

In attesa che la Spagna torni al voto per la quarta volta in meno di quattro anni Sanchez, rimasto a capo di un governo più scaduto di uno yogurt ammuffito, ammazza il tempo come può, ad esempio occupandosi della salma di Francisco Franco.

Come sappiamo sin troppo bene quello della necrofilia politica è un vizio tipico della sinistra ad ogni latitudine. Priva oramai di un vero progetto politico, intrappolata negli schemi banali e astratti della sottocultura politicamente corretta, di fronte alla propria incapacità di proporre soluzioni decenti per risolvere i problemi reali, la sinistra sopravvive galleggiando tra mode del momento e manipolazioni del passato, rovistando cimiteri, molestando cadaveri ed evocando fantasmi.

Succede negli USA, dove si rimuovono le statue dei generali sudisti e si profanano i vecchi cimiteri di guerra dei combattenti confederati. Succede da noi dove i rigurgiti del neo antifascismo militante, veicolati dall’isteria di pseudo partigiani e di modesti intellettuali pseudo “democratici”, infestano il dibattito pubblico e quello politico portando la polizia in forze nei cimiteri, istigando la repressione del ricordo dei caduti ed ingombrando i tribunali di processi per reati che non esistono.

Succede, per l’appunto, in Spagna dove nel giugno 2018 il leader del PSOE Pedro Sanchez è diventato quasi per caso primo ministro più per la dabbenaggine e l’insipienza del Partido Popular, ormai uno sbiadito ed inconsistente partito centrista ed europeista, che per meriti propri. Una volta al governo Sanchez si è inventato, come punto qualificante del suo programma, una ”grande promessa”, quella di sfrattare il Caudillo dal suo sepolcro nella Valle de los Caidos, la monumentale opera scavata nella roccia che lui stesso aveva fatto costruire per ospitare i caduti della Guerra Civile di entrambe le parti.

Dal 20 novembre 1975 i resti mortali di Francisco Franco riposano, ultimamente non tanto in pace, lì sotto una lapide semplice e spoglia, nel cuore di una montagna posta nel cuore della Spagna, con quelli di Josè Antonio Primo de Rivera e di altri 33.872 caduti, la metà dei quali ignoti, raccolti per decenni in tutti i fronti della guerra civile.

Così uno dei pochi provvedimenti che l’evanescente governo Sanchez è riuscito a mettere insieme è il Real Decreto Legge 10/2018 col quale è stata appositamente emendata la cosiddetta Ley de Memoria (legge della memoria) voluta nel 2007 dal suo predecessore José Luis Rodríguez Zapatero.

Figlia di una demagogia antifranchista fuori tempo massimo, la legge aveva fornito a Zapatero una ipocrita copertura giuridica alla sua furia iconoclasta quando, con la Spagna sull’orlo della bancarotta, la priorità del governo socialista era purgare il paese dal ricordo del franchismo rimuovendo statue, monumenti, immagini, nomi, lapidi che negli oltre 30 anni precedenti non avevano dato fastidio a nessuno, neppure al primo ministro socialista (di ben altra levatura) Felipe Gonzales il quale, oltretutto, la dittatura l’aveva conosciuta direttamente da oppositore.

Per sfrattare El Generalisimo dalla sua tomba, però, la Ley de Memoria non bastava per cui, meno di tre mesi dopo la sua nomina, Pedro Sanchez ha sfornato un apposito cavillo aggiungendo un comma di due righe alla vecchia legge di Zapatero, che già si era occupata della Valle de los Caidos: nel sacrario possono essere seppellite soltanto persone decedute nella Guerra Civile o in conseguenza della stessa. Quindi Josè Antonio si (almeno per ora) e Franco, morto nel suo letto qualche decennio dopo la fine della guerra, no.

Il Dottor Azzeccagarbugli, che esercitava proprio sotto il dominio spagnolo, o don Carlo d’Argon “principe di Castevetrano, duca di Terranuova, marchese d’Avola, conte di Burgeto, grande ammiraglio e Gran contestabile di Sicilia, governatore di Milano e capitano generale di sua Maestà Cattolica in Italia”, quello per intenderci delle grida citate da Alessandro Manzoni, non avrebbero potuto fare di meglio.

Ma chi di cavillo ferisce, di cavillo perisce. Invece di favorire il disegno del suo autore, il cavillo ha innescato un complicato contenzioso giuridico nel quale si sono aggrovigliati procedimenti di tutti i tipi: cautelari, amministrativi, civili e prossimamente anche costituzionali.

I discendenti di Franco spalleggiati dalla Comunità Benedettina di Cuelgamuros, alla quale è affidato il sacrario, dalla Fundación Francisco Franco e dalla Associazione per la Difesa della Valle de los Caídos, che hanno tutti presentato ricorsi separati, hanno dato battaglia minacciando di arrivare, se necessario, fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Intanto la traslazione della salma ordinata dal governo, subito bloccata da un provvedimento d’urgenza revocato solo pochi giorni fa dal Tribunal Supremo (la Cassazione spagnola) per “motivi di interesse generale” (il che è già tutto un programma), non può essere eseguita perchè il competente il tribunale amministrativo deve pronunziarsi sulla conformità dell’intervento di apertura della tomba alla normativa vigente in materia.

Poi, una volta disponibili le motivazione del Tribunal Supremo, ci sarà un nuovo ricorso d’urgenza al Tribunal Constitucional (la Corte Costituzionale) che in teoria potrebbe anche bloccare tutto un’altra volta in attesa di una decisione nel merito della questione. “Per dignità andremo fino in fondo, poi sarà quello che Dio vorrà”, ha dichiarato l’avvocato della famiglia Franco Luis Felipe Utrera-Molina.

Una volta dipanata questa matassa, se ne ingarbuglierebbe subito un’altra perché il governo pretende anche di decidere dove Franco deve essere inumato. Non nella tomba di famiglia in una cripta della Cattedrale della Almudena, la cattedrale di Madrid, come vorrebbero i discendenti ma, per asseriti “motivi di sicurezza”, nel più defilato cimitero periferico di El Pardo-Mingorrubio, dove la famiglia possiede una cappella.

Ovviamente anche questo divieto del governo verrebbe impugnato in ogni sede possibile.

Sempre che non sorga anche un problema con la Chiesa, visto che il Priore dell’Abbazia pare non abbia nessuna intenzione di concedere il necessario consenso.

Pedro Sanchez, intanto, incurante del ridicolo da “presidente en funciones”, cioè precario e con poteri limiatati, ha salutato come “una grande vittoria della democrazia spagnola” la decisione del Tribunal Supremo. La sua vice Carmen Calvo, che ha maneggiato in prima persona la questione, gli ha fatto l’eco parlando di “degnissima notizia per la democrazia spagnola” assicurando che farà di tutto per eseguire l’esumazione il più presto possibile e comunque prima del 20 novembre (anniversario della morte di Franco) sicura che non ci saranno più ostacoli nemmeno da parte della Chiesa.

Se lei e Sanchez ce la faranno vorrà dire che il loro governicchio “en funciones” che da poco meno di un anno e mezzo ingombra inutilmente e senza legittimazione le istituzioni spagnole sarà riuscito a mantenere almeno una promessa. 

Peccato che riguardi solo un cadavere. Per i 3.065.804 di vivi senza lavoro, invece, Pedro Sanchez non mantiene nessuna promessa e la disoccupazione in Spagna resta la più altra in Europa dopo la Grecia.