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Una domenica mattina del 1929 quindicimila operai torinesi si svegliano, si vestono e partono per una gita fuori porta a Coassolo. È quasi tutta la forza lavoro industriale di una città che si è votata anima e corpo all’industria ma che, nonostante siano passati tanti anni, mostra ancora nei discorsi degli intellettuali che la popolano e dei potenti che la amministrano una ferita per essere stata retrocessa da Capitale a provincia. Il numero è impressionante solo a dirsi e lo deve essere anche a vedersi. Interi quartieri si svuotano e prendono “diligentemente” d’assalto i tram che li porteranno alle stazioni di partenza per spostarsi verso una natura incontaminata che non sono più abituati a frequentare. Ad aver spinto una così grande massa di persone a scegliere quel giorno per un’escursione a pochi passi dal Parco del Gran Paradiso, però, non è il caso. L’iniziativa, organizzata nei minimi dettagli e battezzata come “la prima grande escursione dei lavoratori italiani”, si inserisce all’interno delle politiche del dopo-lavoro promosse dal regime fascista.

 

Nell’Italia di fine Anni ’20, infatti, è in atto un tentativo di militarizzare idealmente la società, toccando settori sociali disparati che vanno dall’istruzione alla produzione. “L’esercito escursionista in marcia”, si legge su La Stampa del giorno dopo, “come alle manovre, la ‘divisione’ operaia avanza”, continuano i titolisti, nel tentativo di descrivere una fiumana di lavoratori che partono con le famiglie su 21 treni speciali, arrivano sui prati e qui ricevono dall’organizzazione 15mila colazioni al sacco. Ma nelle intenzioni dei promotori non c’è solo la narrazione del lavoro come prolungamento della caserma. Sul piatto ci sono anche altri due temi. Il primo è politico: il governo ha eliminato la figura del fiduciario di fabbrica, un individuo che doveva farsi garante della risoluzione dei problemi tra ditta e lavoratore. Al suo posto, adesso, l’intervento spetterà principalmente alla magistratura del lavoro. Il secondo tema, molto caro al regime, è quello di promuovere un incontro tra cittadini e agricoltori, di farli conoscere e di incentivare il dialogo tra due mondi che l’industrializzazione aveva separato nettamente. “Quell’esercito di lavoratori non ha lasciato, come segno del suo passaggio, nei contadini della valle – racconta il quotidiano – che un desiderio e una speranza: quello che la giornata indimenticabile abbia una replica”.

 

“I lavoratori, oltre all’aver dato, con la manifestazione di ieri, ai loro camerati di tutta Italia, una prova superba di come debba essere interpretato e praticato l’escursionismo di regime fascista, hanno offerto un esempio di perfetto civismo”.

 

 

Torino non è “un grosso borgo ai piedi delle Alpi”. La definizione di Napoleone non piace per niente a Curzio Malaparte e l’allora direttore de La Stampa ci tiene a sottolinearlo in un editoriale che si affaccia sulla prima pagina del quotidiano. “Le masse operaie hanno dato l’altro ieri una lezione a molta gente – spiega quello che è stato giornalista, intellettuale scorretto, volontario da ragazzo nella Prima Guerra Mondiale, fascista della prima ora (con tanto di partecipazione alla Marcia su Roma) ma anche personaggio tanto sgradito al regime da meritarsi successivamente il confino – Si è qualche volta guardato a Torino e al Piemonte come a una città e a una Regione estranee alla vita morale e sentimentale, e perciò anche politica, della nazione.   E molti si sarebbero rassegnati volentieri, vi si perdoni l’ironia, a considerarle estranee anche alla vita economica, e a poter ripetere nei nostri tempi l’infelice giudizio di Napoleone. Ma se a Napoleone si può concedere di non conoscere la storia d’Italia, non è consentito a nessuno, il quale giudichi da un punto di vista italiano, di insistere in un tale errore di valutazione”.

Le parole di Malaparte, non prive di un certo eco di attualità, sfruttano la grande iniziativa voluta dal regime per mettere sotto i riflettori dell’opinione pubblica le capacità organizzative dei torinesi. L’idea stessa della gita tra i campi, poi, va a unire l’idea di Stracittà, ovvero quella di un fascismo moderno e industriale, a quella dello Strapaese, movimento letterario che si avvicinava a un fascismo agricolo. Curzio Malaparte, nel corso del tempo, avrebbe sposato entrambe le posizioni.

Federico Callegaro, La Stampa, 26 settembre 2016