Se c’è stata una leggera flessione nei frequentatori delle librerie, la causa è sicuramente attribuibile alla crisi generale del paese ma sicuramente non al fenomeno della digitalizzazione.
La digitalizzazione della letteratura non solo ha fallito ma addirittura si è posata sul tessuto sociale selezionando ancora di più i veri lettori dai non lettori; infatti, se i primi sono rimasti nelle librerie, legati a tutti i rituali estetici presenti in esse, solo i non lettori si sono bulimicamente gettati in uno scarico forsennato di testi in digitale, forse, con l’illusione che possederli avesse più o meno il significato di averli letti.
Da quanto detto finora si evince come, nell’ambito della letteratura, la volontà del popolo “ha contato”, “ha inciso”, “ha decretato la rotta”, anche se sopra c’erano i magnati del consumismo, la determinazione delle multinazionali, spietate a rendere anche la letteratura non più che un bene di consumo
Allora non è vero che il popolo non conta niente!
La rivoluzione francese ha senza dubbio segnato la moderna concezione del “popolo” come soggetto collettivo in grado d’ incidere nello sviluppo e negli esiti della storia.
Questa visione romanticistica ha capovolto tutta la concezione illuministica, “l’astuzia della ragione” di G.W.F. Hegel, il pensiero di Voltaire, che riteneva che soltanto gli uomini “illuminati” facessero la storia, la concezione provvidenzialistica della religione cattolica e delle filosofie teleologiche greche antiche.
Uno dei brani che esprime meglio la rilevanza del “popolo” sulla storia è la canzone di Francesco De Gregori intitolata appunto:“La storia” siamo noi.
(La Storia siamo noi/ nessuno si senta offeso/ siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo/la Storia siamo noi attenzione/nessuno si senta escluso.)
E’ facile intuire come questo pezzo si prestasse ad essere un facile bocconcino per la strumentalizzazione da parte della sinistra; infatti, con un’indegna distorsione del significato, il brano diventò la colonna sonora dei congressi dell’Ulivo.
Quando una poesia esce dagli altoparlanti di una manifestazione di partito, chi ha più il coraggio di uscire da quella prospettiva cristallizzata per cercare altre interpretazioni?
Chi ha più il coraggio di affermare una nuova visione, come quella per cui: “se la storia siamo noi, allora il popolo italiano è responsabile di tutto.”
Certo, una visione fastidiosa per il popolo italiano, sempre allergico ad assumersi ogni tipo di responsabilità e più conforme a un atteggiamento che potrei definire “bifase”: prima portare alle stelle qualcuno, mettendolo a “bussola” del proprio destino e poi, quando le cose vanno male, perdere di colpo la responsabilità del proprio consenso e cercare un colpevole, un capro espiatorio, che si porti sulle spalle tutto il fallimento.
Sono gli italiani che prima hanno benvoluto il Fascismo e poi, di fronte ai morti della guerra, hanno visto in Mussolini il male assoluto.
Sono gli italiani che sono sottostati a uno Stato corrotto e poi l’hanno ripudiato vedendo in Craxi il male assoluto.
Sono gli italiani che hanno accettato decenni di ombre nel mondo del calcio e a un tratto hanno visto Luciano Moggi come male assoluto.
Sono gli italiani che hanno accettato l’italietta del “paga pantalone”, degli sprechi, dei baby pensionamenti, degli enti inutili, delle assunzioni clientelari finchè gli riempiva la pancia e, oggi che ne’ stiamo pagando le spese, vedono nello stipendio troppo alto dei politici il male assoluto.
Potrei andare avanti con questo processo più o meno in ogni ambito ma il risultato sarebbe più o meno lo stesso: gli italiani non capiscono subito, ma accettano e si consegnano per decenni a un sistema in uno stato di torpore per poi, quando la situazione diventa davvero insostenibile, trovare un “colpevole”, sia pur questo strumentale, sia pure simbolico ma l’importante è che abbia le spalle abbastanza larghe per addossarsi tutte le colpe.