Le elezioni parlamentari greche parlano chiaro e confermano la tendenza che si era già vista nel voto delle europee: Nuova Democrazia (centrodestra) ha vinto, Syriza (sinistra) ha perso. Fra i due partiti ci sono almeno 8 punti di stacco. Finisce così la parabola di Alexis Tsipras, simbolo dell’estrema sinistra europea, con i suoi sogni mai attuati di una politica contro l’austerità.

Dopo quattro anni all’opposizione, Nuova Democrazia tornerà dunque al governo. E’ guidata da Kyriakos Mitsotakis. Nella tipica organizzazione familista dei partiti tradizionali greci, anche Mitsotakis è figlio d’arte: suo padre, Konstantinos era primo ministro della Grecia dal 1990 al 1993. E sua sorella, Dora, era sindaco di Atene durante le Olimpiadi del 2004 (che non poca parte hanno avuto nel rovinare i conti pubblici greci). La rinascita del centrodestra greco è basata su un programma di responsabilità, taglio delle tasse e privatizzazioni. Sfiorando il 40% e avvalendosi del premio di maggioranza, Nuova Democrazia dovrebbe garantirsi 158 seggi, la maggioranza assoluta. Indietro Syriza, con il 31,6% dei voti, seguiti, a gran distanza, dal Movimento del Cambiamento (centrosinistra) al 7,9%, dal Partito Comunista con il 5,4%, infine dai nazionalisti di Soluzione Greca e da MeRa25, movimento di estrema sinistra dell’ex ministro Varoufakis che hanno di poco passato la soglia del 3% per entrare in parlamento. Parrebbero del tutto esclusi, salvo sorprese negli ultimi conteggi, gli ultra-nazionalisti di Alba Dorata, che si erano piazzati terzi nelle elezioni del 2015 e che avevano fatto letteralmente tremare l’Europa con i loro toni e iconografie da neonazisti. E anche in Grecia, dunque, si è sgonfiato il “pericolo fascista”.

Tsipras aveva vinto nel gennaio del 2015, alleandosi con i nazionalisti di AnEl, “Indipendenti greci” (che ora non si sono presentati al voto dopo la sconfitta alle europee). Quattro anni fa, ottennero un bagno di consensi, ottenuto proprio contro Nuova Democrazia. La situazione era drammatica: con il debito pubblico più alto d’Europa, l’economia in piena recessione e una disoccupazione del 26%, la Grecia era il grande malato del vecchio continente e dipendeva dai prestiti concessi dalla cosiddetta “Troika”, cioè Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. Prestiti non gratuiti: per garantire il rientro del credito concesso, la Troika chiedeva in cambio una serie di riforme strutturali, di taglio alla spesa pubblica e innalzamento delle tasse, volte alla stabilizzazione dell’economia e alla ripresa del Paese, nel lungo periodo. I primi 9 “pacchetti di misure di austerità” erano già stati implementati, con grandi sofferenze di tutti e con la conseguente perdita di fiducia nei partiti tradizionali.

Benché fosse impossibile il rientro nei parametri di Maastricht (deficit al 3% e rapporto Debito/Pil al 60%), la Troika chiedeva più disciplina nei conti pubblici. La coalizione di Tsipras, animata anche dal carismatico economista e imprenditore Yanis Varoufakis (poi ministro dell’Economia nel suo primo governo), intendeva intraprendere un corso completamente differente, ribellandosi alle richieste della Troika, promettendo più indipendenza dalle decisioni prese in sede europea e più spesa sociale per il rilancio dell’economia. “Non pagare il debito” era divenuto uno slogan molto popolare per chi, come la maggioranza dei greci di allora, si riteneva vittima di un complotto di banche e istituzioni europee.

Se questa fu la causa del successo di Tsipras, il motivo del suo rapidissimo declino fu la disillusione. Che giunse ad appena sei mesi dalla sua elezione. Il governo di sinistra scoprì ben presto di non avere alternative alle politiche di austerità. Nel giugno del 2015 Tsipras aveva giocato la sua ultima carta popolare: sottoporre a referendum il piano di aiuti europeo. Il referendum fu una vittoria strepitosa della sua linea: il 61% dei greci votò contro il piano europeo e le sue misure di austerità annesse. Ma non ebbe l’effetto sperato: i negoziatori greci si ritrovarono a dover affrontare una Troika ancor più irrigidita e sfiduciata. Il voto popolare greco era servito solo a far intendere ai partner europei che il prestito alla Grecia era ancor più a rischio. E così, dopo una trattativa al ribasso, Tsipras non poté far altro che accettare il piano di aiuti e farsi promotore, lui stesso, del 10mo pacchetto di misure di austerità.

Tsipras, una volta accettato questo compromesso, si ritrovò a dover approvare altri pacchetti di misure di austerità: un 11mo pacchetto il mese successivo, nell’agosto del 2015, un 12mo pacchetto a ottobre, un 13mo nel 2016 e un 14mo nel 2017 con misure di medio e lungo periodo. E’ interessante notare che, pur di non tagliare la spesa pubblica, i governi Tsipras dovettero continuamente alzare le tasse. Nel 2015 venne alzata l’Iva, la tassa sui redditi, sugli utili delle piccole imprese, sul lusso, sul diesel, sulle aziende agricole, sui lavoratori autonomi, sull’educazione privata (fino a quel momento esente), nuove tasse vennero imposte agli armatori e vennero cancellate le esenzioni per le isole. Nel 2016 vennero alzate di nuovo: Iva, tasse sui carburanti, accise su diversi beni di consumo voluttuari, tasse sul turismo, tasse sugli abbonamenti Internet e Tv. Nel 2017 vennero ridotti i livelli di esenzione per le tasse sui redditi. In mezzo a questo massacro di tasse nuove e aumentate, gli unici risparmi vennero effettuati a spese dei pensionati: età pensionabile alzata, ricalcolo dei contributi, riduzione delle pensioni per diverse categorie di impiego pubblico. Solo nelle misure del 2017 si iniziò a privatizzare asset pubblici: porti, aeroporti, ferrovie e rete elettrica, con grande scandalo sia dell’opinione pubblica di sinistra e dei nazionalisti.

Dopo queste dolorose misure, la Grecia ha ricominciato a crescere dal 2017. Nel 2018 il Pil è cresciuto del 1,9%, ma la disoccupazione resta alta, con un tasso del 18,2% è il dato peggiore dell’Ue. Soprattutto la disoccupazione giovanile è tuttora a livelli allarmanti, oltre il 39%. I giovani che speravano in Tsipras, ora sono fra i maggiori sostenitori di Mitsotakis. Più che una vendetta dell’Europa, si è trattato di una vendetta della realtà. Non ci sono scorciatoie, né formule ideologiche magiche, di fronte a una crisi economica, alimentata da irresponsabili politiche di spesa pubblica, ben oltre le disponibilità dei contribuenti. Per questo i greci, pur a malincuore (solo il 57% ha votato in un Paese in cui il voto, in teoria, è obbligatorio) son tornati a scegliere la “vecchia” politica.

Stefano Magni, Nuova bussola quotidiana, 8 luglio 2019