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Otto terribili terremoti in quarant’anni, migliaia di morti, tantissimi soldi spesi (ben 162 miliardi euro…) e, spesso, sprecati. Perduti. Ogni volta che la terra trema e sussulta ci ricordiamo che l’Italia è un paese geologicamente a rischio e torniamo ad interrogarci, ad inquietarci per poi, finita l’emozione e sepolte le vittime, dimenticare, rimuovere. Rimandare ogni decisione.

E allora, non basta, non può bastare, l’impegno generoso della Protezione Civile  — un’eccellenza nazionale —, delle Forze armate e del volontariato e sono assolutamente inutili gli appelli demagogici, le idee balzane, l’improvvisazione e la propaganda di parte.

Ragioniamo. Più di tutto colpisce – e molti commentatori lo hanno evidenziato – il rapporto fra la relativamente bassa intensità dei fenomeni sismici (il massimo livello di magnitudo è stato 6) e lo sproporzionato numero di vittime e di crolli. Colpa di un’edilizia povera, risultato di un’urbanizzazione frettolosa e avida che ha coperto in modo sconsiderato negli ultimi decenni il territorio, e di una politica cattiva, orba, assente o connivente.

Inevitabile, una volta di più, la solita riflessione: se un terremoto non si può prevenire, si possono, però, limitare i danni, in termini di vittime e di danni. Per farlo è necessaria, però, una “buona politica”, capace di una visione “lunga” e razionale che imponga norme tecniche chiare per le costruzioni e imposti finalmente — eludendo il solito groviglio normativo italico — un grande piano pluridecennale di investimenti mirati.  Iniziando, come suggerisce Sergio Rizzo sul Corriere, da un censimento degli edifici esistenti. A cominciare da quelli pubblici: scuole, ospedali, caserme, residenze universitarie, palestre. Opere spesso costruite in totale assenza delle prescrizioni antisismiche e in spregio al buon senso, all’intelligenza. Vi è molto lavoro da fare.